Settimanale di propaganda riformista
numero 108 del 18 giugno 2013A letto con Marx
Il primo amore non si scorda mai
Perché il M5s non è una costola della sinistra

Una tesi circola in queste ore negli ambienti democratici, sostenuta in particolare dal gruppo dirigente più vicino a Bersani: il MoVimento 5 stelle sarebbe una sorta di "costola della sinistra" e il PD "non ha vinto" (quindi ha perso, diciamo noi) perché non ha abbracciato sufficientemente la svolta identitaria, vero simbolo dell'attuale segreteria. Gli stessi otto punti approvati dalla Direzione di mercoledì risentono pesantemente di questa analisi.
A parte che è una visione figlia di "vagonate di senno del poi", come direbbe Bersani, essa è soprattutto parziale e di comodo. Parziale perché si limita ad analizzare superficialmente la provenienza dei voti al MoVimento, attribuendo loro una connotazione che non hanno; di comodo perché è per lo più finalizzata a giustificare le disastrose scelte compiute dal gruppo dirigente, che hanno progressivamente portato il PD ad abbandonare la cosiddetta vocazione maggioritaria.
Il risultato del M5s segnala un voto di protesta (anticasta, antipolitica, anti-establishment) che chiaramente non può essere interpretato con le abituali e tradizionali categorie di sinistra e destra. E sta ad indicare che il malessere procurato dalla crisi economica ha per una sua parte consistente trovato sbocco in una critica che una lettura materialista tradizionale non è in grado di comprendere adeguatamente. Infatti il conflitto non si manifesta secondo le forme tipiche della frattura capitale-lavoro e alcune fasce della società colpite dalla crisi subiscono un duro contraccolpo più sotto il profilo delle loro aspettative future che rispetto alle loro realizzazioni attuali. Non si ha tanto paura delle difficoltà ad arrivare alla fine del mese, quanto del fatto che a questa situazione non sembrano esservi rimedi. E soprattutto la politica non sembra in grado di trovare rimedi.
Di qui, l'attacco alla politica per la sua incapacità di fornire risposte concrete, per ciò che non ha fatto, più ancora che per reazione alle riforme che sono state realizzate nell'ultimo anno della scorsa legislatura. La politica di Palazzo, con i suoi protagonisti di sempre, diventa il bersaglio privilegiato della polemica del M5s, e proprio per questo diventa difficile per la politica rispondere semplicemente sul terreno delle proposte concrete. Il passaggio dalla protesta alla proposta per M5s non sarà facile. A differenza ad esempio della Lega non ha una dimensione, una single issue, prevalente che porti a fare sintesi. I leghisti erano di destra, di sinistra e di centro, ma erano tenuti insieme dal fatto di essere "nordisti" prima "padani" poi. Quelli del M5s non hanno nulla che li raccordi, se non la politica anti-casta, ma questa istanza è pre-politica e a nulla serviranno otto o ottocento punti di programma.
Considerare il M5s una costola della sinistra è però anche una lettura di comodo da parte della "giovane" segreteria del PD. Questa linea politica teorizza la necessità di rinnegare il partito a vocazione maggioritaria che ha segnato la fondazione del PD e il programma elettorale per le politiche del 2008. Linea politica identitaria che ha vinto le primarie, ma è stata sconfitta alle elezioni: alla sinistra del PD non c'è nulla e rispetto al 2008 il PD ha perso 3,5 milioni di voti.
L'unico modo per provare a salvare quell'impianto è sostenere che M5s sia un movimento che si colloca alla sinistra del nostro partito. Non neghiamo che elettori del PD o di SEL abbiano votato M5S, ma - come abbiamo detto - non è certo la frattura sinistra-destra ad essere determinante per la loro scelta. Questo errore di lettura porta a considerare Grillo e i suoi alla stregua dei "compagni che sbagliano" e a formulare una piattaforma (gli otto punti di Bersani) che viene descritta come gradita a Grillo, ma è semplicemente lo stesso programma che è stato bocciato dalle urne.
È quindi prevedibile che queste tesi non convincano gli eletti del M5s, né tanto meno i suoi elettori; in compenso il rischio è che possano convincere alcuni elettori democratici del fatto che in fondo Beppe Grillo possa essere una scelta accettabile, consegnando così centinaia di migliaia di voti al populista genovese, qualora si torni a breve alle urne. Con il paradosso che a beneficiarne possa essere di nuovo Silvio Berlusconi.
Gli elettori hanno chiesto rinnovamento e apertura: una chiusura identitaria non può essere la risposta. Meglio ammettere di aver sbagliato e lasciare il passo a chi vuole costruire pienamente quel partito post ideologico che abbiamo fondato pochi anni fa. Il PD e il paese hanno bisogno di una classe dirigente non nostalgica, pragmatica, concreta e rinnovata per rispondere alle istanze di radicale cambiamento che sono emerse dal voto del 24 e 25 febbraio.

Marco Campione & Luciano Fasano. Redattori di qdR magazine. Luciano Fasano è quello con le scarp de tennis. Biografie nella sezione Chi siamo.
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