Settimanale di propaganda riformista

numero 104 del 22 maggio 2013

Le bombe intelligenti

Armi di riformismo di massa

Filosofia delle primarie

martedì 11 settembre 2012. Categoria: Le bombe intelligenti, Autore: Leo Annunziata

Filosofia delle primarie

Volendo - solo per celia - trovare un fondamento filosofico alla pratica politica della rottamazione, toccherebbe scomodare il Nietzsche della seconda inattuale o riprendere quel passo dell'Uomo senza qualità che radiografa l'Europa del tempo con una frase che lascia poco spazio all'immaginazione: "dappertutto si levavano uomini a combattere contro il passato". Che poi, volendo essere onesti fino in fondo, nella citatissima dialettica hegeliana - citata quasi sempre a sproposito…come in questo caso - il passato trova posto nel risultato appunto come passato, come rinnegato, come distrutto. Il tutto per dire che è assolutamente fisiologico combattere contro il passato pena l'esistenza stessa di una qualche pur minima previsione del futuro. Come è altrettanto naturale prevedere la stizzita reazione di chi di quel passato ha fatto parte e che, avvezzo ormai ai giochi di parole, di farsi da parte proprio non ne ha voglia. Ingiustificato dunque questo clamore che suscita la posizione di Renzi.

Certo, a chi mantiene un palato fine, un partito ridotto a valutare l'età anagrafica - immolato alla cronologia e non al senso storico - potrebbe anche risultare poco appetibile. Se poi aggiungiamo che le primarie nascono come metodo atto a derimere il normale scontro tra due o più diverse posizioni politiche, e non a scegliere tra il giovane e il vecchio, si rischia una certa indigestione. Ma gente di palato fine, si potrebbe obiettare, è gente appartenuta al passato e che come tale va combattuta.

In fin dei conti l'iniziale arbitrio filosofico si snatura in una fondamentale questione di gusto. Non è detto che questo sia di per sé un male. E non è detto che non sia questo l'unico modo per assecondare la tendenza fondamentale del nostro tempo. Che, richiamata e non discussa, resta, al momento il titolo di un libro di E. Severino. Che andrebbe letto. Il libro, non il titolo.

Brutalmente: la tendenza fondamentale del nostro tempo è "il progressivo prevalere dell'organizzazione scientifica- tecnologica dell'esistenza". Ma, su questa cosa - come su tante altre - la classe politica italiana - e non solo italiana - non s'esprime. E non lo fa perché non s'interroga.

Volendo giustificare dottamente una tale apatia converrebbe invocare l'oggettiva dialettica del potere. Esercizio questo che rischia di sfociare nel politicamente scorretto visto che qui si parla di C. Schmitt. Ma, considerando che la citazione severiniana cero corretta non è, un breve passaggio per il filosofo - filosofo, non giurista - crucco non dovrebbe spaventare nessuno. Ebbene, davanti al luogo in cui direttamente si esercita il potere necessariamente si forma un'anticamera frequentata da "saggi e intelligenti, oppure manager prodigiosi e onesti ciambellani, a volte sciocchi arrivisti" i quali, orecchio del potente, esercitano indirettamente un doppio potere: sul potente e sul popolo. Non proprio un'opera di mediazione piuttosto un cerchio magico che influenzando il detentore del potere ne dirige le scelte. Insomma, nel quadro dell'oggettività del potere descritta da Schmitt, il popolo dei rappresentati, la sua volontà, proprio non riesce a costituirsi. L'anticamera non è la portavoce del popolo ma, al contrario, è un potere a sé stante che per accrescere la sua forza deve isolare il potente di turno dal suo popolo.

E' ovvio che qui potente sta a indicare chi detiene il potere e che popolo sono i cittadini votanti.

Come è ovvio che il richiamo di Schmitt nella sua oggettività al massimo giustifica il fatto che la nostra classe politica è ormai lontana dalle cose che interessano il cittadino medio e non certo che essa non s'interroga sulla destinazione dell'Occidente dimostrata da Severino.

Senza valutare la reale esistenza di questo benedetto cittadino medio, vale, giusto un attimo, complicare la questione e scoprire se la tendenza fondamentale del nostro tempo abbia in qualche modo a che fare con l'anticamera del potere. Insomma: ci si lamenta che il luogo del potere non è più il politico.

Non sarà che l'anticamera - finanzieri, manager, ciambellani… - è essa stessa diventata la camera principale in cui s'esprime il potere? E, ove si ritenesse plausibile questa trasformazione, non toccherebbe interrogarsi circa il ruolo scientifico-tecnologico dell'esistente come causa della promozione dell'anticamera a camera? E, una volta risposto, valutare il governo tecnico in base a una diversa prospettiva?

Ai rottamatori e ai passatisti la mancata risposta.

Leo Annunziata

Leo Annunziata. Sindaco di Poggiomarino, provincia di Napoli. Dottore di ricerca in filosofia e borsista all'Istituto italiano per gli Studi storici Benedetto Croce. E' membro dell'Assemblea nazionale del Pd.

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