In una rivolta, come in un romanzo, la parte più difficile da inventare è senz'altro la conclusione.
Settimanale di propaganda riformista
numero 104 del 22 maggio 2013Bar Sport
L'unica saggezza è quella del popolo
Perché continuare a scommettere sul Pd

Sabato è stato pubblicato il manifesto di Fermare il declino. Parte dalla convinzione che "la classe politica emersa dalla crisi del 1992-94 - tranne poche eccezioni individuali - ha fallito: deve essere sostituita perché è parte e causa di quel declino sociale che vogliamo fermare". Verrebbe da definire i promotori "rottamatori" o "formattatori", se non fosse che non si propongono di scalare il Pd o il Pdl, ma auspicano "la creazione di una nuova forza politica - completamente diversa dalle esistenti - che induca un rinnovamento nei contenuti, nelle persone e nel modo di fare politica". Questo ai miei occhi è il primo limite dell'operazione, che la rende anche poco originale.
È infatti dalla crisi della cosiddetta Prima Repubblica che qualcuno periodicamente teorizza che per innovare la politica sia necessario fondare partiti "completamente diversi", piuttosto che fare battaglia all'interno di quelli esistenti, come avviene in tutte le democrazie mature. Peraltro il continuo avvicendamento di soggetti politici deboli e scarsamente strutturati con altri soggetti della stessa natura indebolisce il tessuto democratico e civile del paese.
Al manifesto sono collegate anche dieci proposte, che sarebbe sbagliato liquidare come turbo-liberiste; alcuni - nel Pd - lo hanno fatto, probabilmente per evitare la fatica di confrontarsi con esse. Sono per lo più idee liberali e riformiste e la maggioranza di quei punti era nel programma del Pd del 2008 e nel progetto illustrato al Lingotto. Così come sembra tratta dai documenti di fondazione del Pd l'affermazione iniziale: abbiamo ripetuto spesso in quei mesi che il Pd nasceva innanzi tutto per produrre "un rinnovamento nei contenuti, nelle persone e nel modo di fare politica".
Noi di qdR, lo sapete, "Siamo democratici e scommettiamo sul Pd, siamo riformisti perché siamo liberali". Per noi e per chi sta nel Pd con lo stesso spirito il manifesto - dobbiamo riconoscerlo - è però anche una conferma del fatto che qualcosa non sta funzionando nella scommessa che abbiamo deciso di fare.
Chi tra i firmatari ci ha riflettuto, ammette che "il cambiamento […] non può che assumere la veste politica di un movimento di massa. O si riesce a crearlo o non ci sarà rinnovamento". Ma esclude l'opzione Pd perché non c'è tempo per cambiare la cultura politica del partito nei tempi brevi che il paese ha a disposizione. Considera il Pd non "scalabile", ma dimentica che uno strumento ci sarebbe, le primarie per scegliere il candidato premier del centrosinistra.
Qui si pone il secondo punto di critica e fa riferimento alla questione della leadership. Ne parla molto lucidamente l'intervento di Michele Salvati sulla Lettura di domenica scorsa, che definisce quali sono i due caratteri essenziali di un grande leader democratico, dove con "democratico" intende un leader che si muova nell'alveo della democrazia liberale, nessuna accezione partitica. I leader, per essere tali, devono dedicarsi a "un progetto storicamente progressivo, che apre nuovi orizzonti di sviluppo economico, sociale e culturale al Paese di cui hanno la responsabilità politica. […] Più grande e innovativo il progetto, più tenaci le forze di conservazione, maggiore è la grandezza del leader se riesce ad attuarlo". Se gli amici di nFA sono convinti non esista un leader capace di vincere le primarie su una piattaforma liberal riformista, come possono pensare che ne esista uno capace di vincere le elezioni? Come pensano di convincere gli italiani a seguirli nella strada impegnativa che hanno tracciato? Per quel progetto serve un grande leader e i promotori del manifesto sembrano rinunciare a contribuire a farlo emergere.
Ma queste critiche non ci possono bastare. Non possono bastare innanzi tutto al gruppo dirigente del Pd. Tutto questo movimento ha a che fare con l'esistenza di un elettorato reso mobile dalla crisi del Pdl e al Nord della Lega. Il Pd del 2008 sarebbe stato della partita per conquistare questi voti, il Pd di oggi sembra non porsi nemmeno il problema. E questa è una tragica conseguenza delle scelte di questi anni.
Noi che scommettiamo ancora sul Pd - d'altra parte - non possiamo non chiederci perché oggi il Pd non è considerato un campo praticabile. Le dimissioni di Veltroni da questo punto di vista rappresentano probabilmente il punto di svolta. Il segretario della fondazione e il suo successore non hanno saputo mettere in sicurezza il partito e rendere irreversibile il processo di creazione di un'arena che agevolasse quei processi di costruzione e consolidamento delle leadership. O semplicemente garantire, a chi credeva in quel progetto e in quelle finalità, maggiori condizioni di agibilità politica.
Non lo hanno fatto e ora è folle pensare di tornare indietro, "rimettere il dentrificio nel tubetto" come direbbe Bersani. Bisogna fare i conti con le condizioni date e con il rifiuto di molti a riconoscersi nel partito che hanno contribuito a fondare. Cerchiamo allora di fare di necessità virtù e ragionare nel presente pensando al futuro.
Innanzi tutto dicendoci che il nodo che abbiamo il dovere di provare a sciogliere insieme è come si costruisce un serio e credibile fronte riformista trasversale ai partiti, che sia in grado di far fare alla politica italiana il salto di qualità necessario ad affrontare la crisi, non solo economica, che stiamo vivendo. In secondo luogo non negando a noi stessi che forse oggi è possibile "marciare divisi per colpire uniti", ma perché questo abbia senso in una prospettiva di medio periodo arriverà il giorno in cui anche chi oggi ha scelto altre strade si dovrà rassegnare a convergere su un movimento più ampio. E candidarsi - con chi ha resistito alla tentazione di mollare tutto - a guidare una grande forza riformista e liberale a vocazione maggioritaria. In due parole il Partito Democratico.

Marco Campione. Socio e fondatore di Noveris Srl, si occupa di politiche formative. Ha scritto di politica scolastica su Europa e su alcune riviste on line del settore; è anche nella redazione de IMille. In segreteria del Pd lombardo, ha la responsabilità del settore Scuola e Università. Il suo blog è Champ's Version. Twitter: @marcocampione
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