Settimanale di propaganda riformista
numero 104 del 22 maggio 2013Le bombe intelligenti
Armi di riformismo di massa
Caro Pd, conta solo il governo

Quello che conta, per un partito, è il governo. Non c'è questione che non sia subordinata a quella del governo. Non è una faccenda nuova: già nel Novecento, per ogni partito democratico, la questione del governo era l'unica definente la propria identità, la propria leadership, la propria linea politica. Così funzionava per i partiti democristiani di mezza Europa. Così funzionava per i partiti socialdemocratici dopo Bad Godesberg (e anche prima oltremanica). Del resto, proprio il superamento della soglia del potere esecutivo è, secondo il noto politologo Stein Rokkan, il punto di approdo dell'evoluzione della politica democratica, là dove il ciclo della rappresentanza si intende compiuto.
La novità del nuovo secolo è che la questione del governo, già dirimente prima, si è oggi dilatata: al governo della nazione si è aggiunto il governo dell'Europa. E la faccenda s'è complicata anche perché il secondo, il governo dell'Europa, s'incarica di svuotare di sovranità (speriamo presto) il governo della nazione.
In Italia c'è un governo consapevole di questo destino a cui il Pd permette di stare in piedi. Nella primavera del prossimo anno, quando il Pd sarà chiamato da favorito dei pronostici a cimentarsi con il voto, è del governo Monti che ha fatto nascere e sostenuto per un anno e mezzo che gli italiani gli chiederanno conto. I democratici potranno rispondere in due modi: l'agenda Monti era sbagliata, ce ne vuole un'altra; l'agenda Monti era giusta, su quella tocca continuare a lavorare.
Quello che il Pd non potrà fare sarà adattarsi a un anonimo galleggiamento, come proposto da Pierluigi Bersani nel corso dell'ultima grottesca riunione dell'Assemblea nazionale del partito. Se il Pd non avrà la forza di essere chiaro sull'unico punto che veramente conta, quello del governo (del suo governo Monti e, solo dopo, del governo che verrà), le elezioni le perderà. E se dovesse vincerle per demeriti dell'avversario, non sarà in grado di governare. E già successo. Ricapiterà.
Il Pd non ha una linea politica. Dalla spending review alla legge elettorale, i democratici trasmettono il senso di una gran confusione perché non hanno un proprio posizionamento da cui muovere per poi trovare, nell'eccezionalità delle circostanze, una sintesi con gli altri partiti di governo. Allo stesso modo, avendo ristabilito il primato delle alleanze su tutto il resto, il Pd mostra di non sapere con chi andare alle elezioni del 2013. Non sa con chi, perché non sa dove vuole andare. Provateci voi a organizzare un viaggio e a scegliervi i compagni senza dir loro dove diavolo volete andare!
L'idea di mettere insieme Vendola e Casini è ridicola. Vendola e Casini non possono stare insieme per ragioni tanto ovvie da rendere noiosa e superflua la loro elencazione. Chi lo fa, sa di non credere a quanto sostiene e di utilizzare l'argomento solo per aggiungere confusione a confusione. A meno di non voler credere che dopo il fallimento dell'alleanza che andava da Ferrero a Mastella, se ne possa mettere insieme una più ampia di quella, che vada da Vendola a Casini. Ridicolo. E pericoloso.
Le profonde incertezze che alimentano le scelte del gruppo dirigente del PD porterebbero a dire che forse, in questo momento, un chiarimento decisivo sarebbe possibile solo attraverso un Congresso. Ma tant'è, oggi nel Partito Democratico, fra chi sostiene che tutto va bene, chi restituisce la tessera indignato, e chi (aspettando Godot ...) preferisce indugiare nel gossip del dietro le quinte, sono ben pochi a credere nella necessità di un percorso politico lineare e coerente.
Certo è che se, prima o poi, le primarie per la scelta del candidato premier verranno indette, quel momento, inevitabilmente, si trasformerà in quel passaggio di chiarezza che finora non c'è stato. Non per le beghe interne del PD, ma per l'importanza che i nodi tuttora aperti rivestono per il futuro del paese.














