In una rivolta, come in un romanzo, la parte più difficile da inventare è senz'altro la conclusione.
Settimanale di propaganda riformista
numero 104 del 22 maggio 2013Bar Sport
L'unica saggezza è quella del popolo
Confessioni di un democratico

Era il mio primo congresso di partito. Avevo la tessera da pochi mesi. Mi ero letto diligente le tesi congressuali, da bravo novellino coscienzioso. Marino mi pareva troppo settoriale, di nicchia, in fondo parziale. Restavano Bersani e Franceschini. E per quanto leggessi e rileggessi, faticavo a trovare differenze di rilievo. Un limite mio, probabilmente.
Così alla fine ho votato Franceschini. Perché mi pareva una brava persona (come Bersani, in fondo). Perché avevo apprezzato il modo in cui si era caricato sulle spalle il partito dopo la resa veltroniana. Perché sembrava potesse garantire di più rispetto al rischio di un ritorno indietro del PD, preservando quel tanto di intuizioni originali che avevano fatto del neonato partito l'unica grande discontinuità nel panorama politico italiano dal 1994.
Evidentemente mi sbagliavo. O meglio: aveva ragione quella parte di me che grosse differenze tra Bersani e Franceschini proprio non le vedeva. Perché uno che dichiara all'Unità che "se fosse necessario fare le primarie, sarebbero da intendere come lo strumento rafforzativo della leadership" (di Bersani), non fa che confermare l'esistenza del tristissimo patto di sindacato che nei prossimi mesi ucciderà la dialettica interna al PD, costringendo tutti in uno schema giovani contro vecchi che fa il gioco dei rottamatori più che dei riformisti, e specularmente dei conservatori più che dei progressisti. Un patto triste e stanco, basato sul principio che adesso tocca a noi, e voialtri ragazzetti aspettate diligentemente il vostro turno, come abbiamo fatto noi. Perché aveva purtroppo ragione Andrea Sarubbi a chiedersi se non stiamo facendo anche noi la stessa fine del Pdl, ora che "l'ipotesi delle primarie rischia di essere derubricata a una battaglia di quattro giovanotti ambiziosi". E lo spettacolo poco edificante che ha chiuso l'Assemblea nazionale, con la sequenza di ordini del giorno "preclusi" e ridotti a "beghe" dal rimbrotto finale del segretario, è la dimostrazione più lampante di quanto si era intuito già nei giorni precedenti.
Questo PD di gente che aspetta il suo turno in fila non fa bene all'Italia. E neppure al mio umore, tra l'altro. È un partito da assistenzialismo della politica, che si rifiuta persino di fare i conti con i numeri. Perché non si può fingere di non sapere che il PD del 2008, con Veltroni e all'ultima stazione della via crucis di Prodi, era al 33 per cento e oggi - nonostante Pdl e Lega siano in rianimazione e stiano per riesumare gli accordicchi di sempre col catafalco di Silvio Lenìn Berlusconi appena estratto dal mausoleo di Arcore - il partito guidato dai Bersanis galleggia a fatica sopra il 20 per cento.
Qualche domanda forse un partito sano dovrebbe farsela, a questo punto. Ad esempio leggendo quanto scrive David Miliband, uno dei leader laburisti inglesi storicamente più vicini a Tony Blair, circa la necessità che il Labour non si limiti a vincere per manifesta inferiorità dell'avversario e punti a diventare una calamita per i voti. E tutto questo perché i laburisti sono fermi al 35 per cento! Secondo Miliband una sinistra sostanzialmente conservatrice, che si limiti a ripetere i paradigmi classici della socialdemocrazia, potrà anche vincere le elezioni, ma dovrà confrontarsi con la realtà del governo e rendersi conto che non basta ripetere il vecchio mantra. "La sinistra - scrive Miliband - è vincente quando riesce ad allineare una narrazione economica di modernizzazione con un'agenda sociale compassionevole e una cultura politica di dinamismo e progresso", perché "l'obiettivo non è solo vincere; è essere capaci di cambiare il paese".
Parole che si potrebbero serenamente trasferire dal Regno Unito allo Stivale, e dal Labour al PD. Se non fosse che un gruppo dirigente come quello democratico, impegnato prima di tutto a conservarsi il turno nella fila e a guardarsi vicendevolmente alle spalle, probabilmente non le vorrà capire.
Ecco, ho confessato. Ho votato Franceschini. Ma prometto che non lo farò più. E se non succede qualcosa di grosso e di sempre più improbabile prometto che alle primarie prossime venture non voterò neanche Bersani.
Sempre ammesso che questa volta i Bersanis mi (ci) facciano votare.

Emanuele Contu. Insegnante di scuola media e responsabile istruzione del PD metropolitano milanese, scrive su iMille e il Sussidiario. Gestisce un sito didattico e il Ripostiglio, suo blog personale. Twitter: @emanuelecontu
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