Settimanale di propaganda riformista
numero 104 del 22 maggio 2013Le bombe intelligenti
Armi di riformismo di massa
Neppure Monti può sottrarsi alla politica

Nei periodi di crisi (pubblica o privata che sia) il tempo sembra dilatarsi e la memoria, invece, diluirsi. Tre mesi possono sembrare tre anni; e sulla lavagna dei ricordi molte cose vengono rapidamente cancellate.
Quanti ricordano con precisione come e perché si arrivò al governo Monti? Eppure, sono passati appena sei mesi. Allora fu chiaro che il governo di Berlusconi era del tutto inadeguato a fronteggiare la crisi; non disponeva del prestigio minimo indispensabile per trasmettere fiducia ai mercati e per raccogliere considerazione sulla scena internazionale, quella europea in primis. Né, d'altra parte, c'erano le condizioni per dar vita ad un nuovo governo, espresso da una diversa maggioranza, che risultasse sufficientemente affidabile. Il ricorso alle urne, infine, era sconsigliato tanto dalle crescenti turbolenze economico-finanziarie quanto dalla fragilità dei players in campo. Si arrivò così a Monti e al suo governo tecnico.
Quella conclusione faceva tutt'uno con una precisa lettura della situazione. L'Italia doveva aprire gli occhi e dirsi la verità, dimostrare l'intenzione e la capacità di mettere ordine in casa propria. Avrebbe, così, riacquistato credito e peso in Europa; e, con l'Europa, avrebbe fatto fronte, con successo, alla crisi. In sostanza, si era convinti di aver davanti un problema nazionale, sia pur acuito e reso urgente da uno stato di difficoltà economiche diffuso in tutto il mondo.
Oggi, una analisi del genere risulterebbe risibile. Resta, ovviamente, l'obbligo dell'Italia a fare tutto quel che le compete e che è nelle sue possibilità (i compiti a casa come ormai si dice); come resta la sofferenza globale dell'economia. Ma tutti hanno capito e dicono che il malanno non riguarda solo alcuni "discoli" dell'euro; investe, invece, l'Europa nel suo insieme. E' il suo assetto complessivo a risultare sconnesso; mentre non emerge quella volontà comune senza cui è impossibile trovare i rimedi.
Non è vero che dobbiamo ovviare ad un deficit nazionale di carattere tecnico. Il deficit non è solo dell'Italia ma dell'Europa nel suo insieme; e, soprattutto, è terribilmente politico: riguarda, cioè, la determinazione nel definire e indicare obiettivi e nell'assumere responsabilità per raggiungerli.
E' un cambiamento radicale di prospettiva, con il quale nessuno - mi sembra - sta facendo seriamente i conti. Più o meno tutti i protagonisti che affollano la scena italiana (a cominciare dai partiti, ma senza fermarci a loro) continuano a recitare sul soggetto del copione iniziale.
La sera di martedì 12 giugno Monti ha convocato d'urgenza i segretari dei tre partiti che gli assicurano la maggioranza in Parlamento; ha rivolto loro un allarmato appello alla coesione, ha chiesto alla "politica" di fare la sua parte. Ma la politica non è un attributo proprio di alcuni al quale altri possano sfuggire, magari in virtù di qualche eccellenza tecnica; la politica è una funzione cui nessuno può sottrarsi.
La mattina dopo, mercoledì 13, dopo aver letto i giornali, non ho potuto fare a meno di scrivere un tweet: "Se Monti non decide di proporsi e di assumere responsabilità anche come leader politico, temo che non ne usciamo". Aggiungo qui quel che non entrava nelle 140 battute. Deve farlo - Monti - da subito e anche per il dopo voto. E deve allargare la sua attenzione a tutti gli aspetti della crisi italiana; includendo quello - essenziale - della riforma delle istituzioni.

Claudio Petruccioli. Ha diretto l'Unità all'inizio degli anni '80 e tra l'87 e il '92 ha fatto parte della segreteria nazionale del Pci. Più volte parlamentare, dal 2005 al 2009 è stato Presidente della Rai. Ha scritto Rendiconto e L'Aquila 1971. Twitter: @cpetruccioli
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