Settimanale di propaganda riformista
numero 108 del 18 giugno 2013Visti da qui
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La primavera tunisina

Ho proposto alla redazione di qdR di seguire con una certa regolarità l'andamento delle cosiddette primavere arabe, un fenomeno che ha investito una regione che sembrava impermeabile alle spinte democratiche e che nel mio libro Geografia della democrazia (2009) avevo paragonato a una massa continentale dura contro la quale si era arrestata l'ondata di democratizzazione che aveva investito la sponda settentrionale del Mediterraneo. Comincerò dalla Tunisia, il paese che si è mosso per primo, ha percorso più strada ed è il solo ad avere finora seguito un percorso che può essere definito univocamente positivo.
Le fasi salienti della primavera tunisina possono essere così riassunte: 1) il 4 gennaio 2011 la morte per suicidio di un venditore ambulante le cui merci erano state confiscate dalla polizia, scatena massicce manifestazioni contro il governo; 2) il 14 gennaio il dittatore Ben Ali lascia il paese e si rifugia in Arabia Saudita; 3) nei mesi successivi si assiste a una rapida successione di governi, dai quali vengono progressivamente epurati gli esponenti vicini al vecchio regime; 4) nel marzo sono state indette elezioni per un'assemblea costituente, che in ottobre si svolgono in modo regolare e vedono l'affermazione del partito islamico moderato Ennahda, a fianco del quale figurano diversi partiti di orientamento laico, tra loro divisi e spesso discordi, ma che nel loro insieme rappresentano pur sempre una maggioranza; 5) i tre partiti maggiori (Ennahda, CPR e Ettakatol) formano una coalizione, ripartendosi le cariche fondamentali (primo ministro a Ennahda, presidenza della repubblica a CPR e presidenza dell'assemblea costituente a Ettakatol); 6) con l'accordo dei partiti maggiori, ma contro la volontà di una parte degli islamisti, viene adottato l'articolo 1 della costituzione, che non fa riferimento alla sharia e si limita a definire, come già la precedente costituzione, l'Islam religione di stato. Nelle classificazioni di Freedom House la Tunisia (che fino al 2010 figurava tra i più duramente autoritari della regione) viene qualificata come paese 'parzialmente democratico', una riserva destinata a cadere se il paese si mantenesse sul sentiero fin qui percorso.
La brevità della vicenda e l'assenza di precedenti analoghi impongono cautela nel esprimere qualsiasi giudizio, ma ci sembra possibile formulare alcune considerazioni di portata generale. a) La neutralità dell'esercito, che non ha partecipato alle iniziali repressioni e non ha interferito pesantemente nelle vicende successive, ha fatto sì che le perdite di vite umane, pur significative, fossero decisamente minori che in altri paesi investiti dalle sollevazioni e ha consentito agli sviluppi politici di seguire un corso regolare e costituzionalmente ortodosso. b) La nascente democrazia tunisina ha finora rispettato il carattere laico che era stato proprio del precedente regime autoritario. c) Le forze islamiche emerse come dominanti si sono rivelate non solo moderate ma anche assai meno compatte di quanto si ritenesse, finora esse non si sono divise tra Fratellanza Mussulmana e salafiti come in Egitto, ma potrebbero farlo e non è escluso che, qualora ciò avvenga, su alcune questioni fondamentali, come quella della sharia di cui si è detto, quelle moderate scelgano di allearsi con quelle laiche piuttosto che con quelle islamiche più intransigenti.
Delle circostanze che hanno favorito questi sviluppi e fanno della Tunisia un caso difficilmente ripetibile ci occuperemo in un prossimo numero.

Eugenio Somaini. Professore ordinario di Politica Economica presso l'Università di Parma. Ha scritto Equità e riforma del sistema pensionistico, il Mulino; Scuola e mercato, Donzelli; Uguaglianza, Donzelli; I paradigmi dell'uguaglianza, Laterza; Geografia della democrazia, il Mulino.
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