Settimanale di propaganda riformista

numero 108 del 18 giugno 2013

Le bombe intelligenti

Armi di riformismo di massa

Liberali davvero! (Davvero?)

martedì 8 maggio 2012. Categoria: Le bombe intelligenti, Autore: Corrado Ocone

Liberali davvero! (Davvero?)

Dopo il numero dedicato alla critica di alcuni noti teorici della democrazia operanti oggi in Italia, la rivista "Paradoxa" ci riprova e mette su un fascicolo, a cura di Ganfranco Pasquino, dedicato alla critica delle idee di quel gruppo di intellettuali liberali che gravita per lo più nell'orbita del "Corriere della sera": Angelo Panbianco, Piero Ostellino, Dino Cofrancesco, Giuseppe Bedeschi (Liberali davvero!, anno vi, numero 1, gennaio-marzo 2012).

Dato atto alla rivista di dare ancora una volta un contributo notevole al dibattito delle idee in Italia, mi sembra di poter dire che, nonostante il valore di alcuni interventi, l'operazione questa volta non è riuscita e il fascicolo sia, oltre che poco spiazzante o troppo a tesi, fondamentalmente senza una spina dorsale e un'idea di fondo che lo sorregga. Certo, alcuni dei saggi presenti sono ben fatti e interessanti: penso a quelli illustrativi di Domenico Fisichella su Montesquieu e di Lapo Berti e Marcello Messori sugli economisti italiani liberali à la page; oppure a quello in cui Salvatore Veca, immaginando che John Stuart Mill getti uno sguardo sull'oggi italiano, delinea un abbastanza condivisibile pantheon liberale.

Tuttavia con la pubblicazione di questo numero di "Paradoxa", nonostante le intenzioni della redazione (espresse da Laura Paoletti nell'editoriale intitolato …a sinistra risponde uno squillo), si finisce poi per ricadere nel risaputo, cioè appunto nel gioco tutto italiano della destra contro la sinistra, del berlusconismo e antiberlusconismo fuori tempo massimo, appiattendo il liberalismo in una dimensione politologica se non politica che non può assolutamente esaurirlo e che soprattutto non dà conto della sua vitale complessità e anche contraddittorietà. Ciò significa che l'idea liberale non è pensata dagli autori nella sua essenza profonda, filosofica: non è portata davanti al tribunale di quella ragione ultima che permetterebbe, a modesto avviso del sottoscritto, di render ragione con più sostanza anche di certe accettabili opzioni pratiche degli autori (mi riferisco soprattutto alla difesa di alcune politiche welfaristiche).

Come portato ultimo di questa inadeguatezza di fondo troviamo l'identificazione, che ritorna in più saggi, di un pensatore di riferimento capitale per l'oggi in John Rawls, la cui intensa e fugace fortuna accademica è in ritirata persino in quei paesi anglosassoni che la adottarono qualche lustro fa. Fuor di metafora, si ripropone un Hayek contra Rawls che è tutto interno al modo di ragionare empirico della politologia, con le sue astratte teorizzazioni e distinzioni (a cominciare da quella individuo vs comunità) e con la sua aderenza alla logica naturalistica. Non stupisce nemmeno che, al contrario, nel saggio che vorrebbe essere provocatorio di Valeria Ottonelli sull'eguaglianza delle opportunità come inderogabile principio liberale si mostri infine la concordanza e non la discordanza fra i due pensatori. Il saggio vorrebbe essere un finale coup de théatre, una sorta di annessione "a sinistra" dell'individualismo metodologico, ma finisce per essere forzato e banale: è proprio del pensiero naturalistico, come Hegel ci ha insegnato, ricongiungere ciò che prima ha astrattamente separato, finendo però per riconfermare con ciò stesso un comune terreno di gioco che è proprio quello che a mio avviso, un'operazione veramente originale, avrebbe dovuto proporsi di sparigliare.

Alla fine, il saggio più equilibrato risulta proprio quello di Salvatore Veca, che individua quattro fattori punti di crisi ("intoppi" li chiama) del liberalismo nella nostra società soprattutto italiana (l'appello indiscriminato alla volontà popolare così come espressa nelle elezioni, la commistione di poteri che dovrebbero vivere invece separati, la compressione delle diversità, la neutralità della sfera pubblica) e delinea anche un accettabile genealogia liberale che parte da Montesquieu e attraverso Tocqueville, Humboldt e Mill giunge a Berlin). C'è certo nel saggio di Veca la difesa di ufficio di Rawls (che egli fra l'altro ha fatto per prima conoscere in Italia), ma è misurata e lascia trasparire anche qualche distinguo. Ecco, se proprio si voleva individuare il pensatore del dopoguerra liberale per antonomasia era a Isaiah Berlin che bisognava far riferimento, non a Rawls e né a Hayek. E in particolare al suo senso della storia e del reale, al suo liberalismo come pluralismo competitivo e storicistico, alla sua insofferenza per ogni "schiarimento" concettuale che metta in ombra le parti ai margini della realtà e le forze di minoranze che sono il seme di quella critica dell'esistente che non può mai fermarsi.

Il liberalismo coincide con questa "irrequietezza del divenire" e quindi rifugge da ogni concetto che pretenda di porsi come normativo. Semplicemente confuso è il saggio di Francesca Rigotti, che immagina di essere Kant (sarà una moda quella di fingere di essere un grande del passato, forse il segno di una mancanza di coraggio che porta a non assumersi le proprie responsabilità davanti al pensiero!) e pone sullo stesso piano la libertà con la uguaglianza e la fraternità, confondendo un concetto ideale con due idee regolative nobili ma empiriche. Quanto infine al saggio di Pasquino che pure doveva avere ad oggetto Madison e Tocqueville, esso finisce per dimenticarsi dei due padri e si tramuta in una rancorosa presa di distanza dai liberali dell'oggi.

Corrado Ocone

Si occupa di filosofia e teoria politica. Scrive su Reset e Mondoperaio di cui è anche in redazione. Lavora alla Luiss Guido Carli, ove ha ricoperto negli anni vari incarichi di direzione. I suoi ultimi libri sono Profili riformisti e Liberali d'Italia (con Dario Antiseri).

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