Settimanale di propaganda riformista

numero 108 del 18 giugno 2013

Le bombe intelligenti

Armi di riformismo di massa

Fotia sbaglia: Ulivo e Pd non sono l'Unione

martedì 8 maggio 2012. Categoria: Le bombe intelligenti, Autore: Stefano Ceccanti

Fotia sbaglia: Ulivo e Pd non sono l'Unione

Invece che essere il perno, sul lato di centrosinistra, di una democrazia dell'alternanza, il Pd non sarebbe altro che un elemento chiave della prosecuzione di un "consociativismo infinito" che affligge la storia d'Italia sin dall'inizio della sua esperienza unitaria. Questa in sintesi la tesi provocatoria del politologo Mauro Fotia nel suo libro più recente "Il consociativismo infinito. Dal centro-sinistra al Partito democratico" (Dedalo editore). Come tutte le tesi provocatorie qua e là vi sono considerazioni singolarmente condivisibili e il libro è stimolante, tuttavia il quadro complessivo non convince affatto per almeno quattro buoni motivi.

Il primo è che il libro appare minato sulla storia recente da una contraddizione insolubile: la democrazia competitiva, o dell'alternanza, richiede un certo grado di condivisione di alcuni valori fondanti nonché di alcune regole del gioco su cui essa può poggiare per non risultare lacerante. Ora il volume sostiene al tempo stesso sia l'opportunità di una democrazia maggioritaria composta di "partiti maggioritari, capaci di affrontare la competizione elettorale da soli o in coalizione con partiti minori: pochi e omogenei tra loro" sia una lettura catastrofica del berlusconismo, "regressione culturale e morale", sostanzialmente estranea ai valori della Costituzione e non riducibile a normalità democratica. Le due tesi non sono sommabili tra di loro: se il centro-destra ha quelle caratteristiche permanenti, strutturali, ontologiche, non avrebbe alcun senso progettare una democrazia dell'alternanza e partiti maggioritari, ma invece bisognerebbe riproporre coalizioni Cln come l'Unione e nel contempo cercare un debole modus vivendi con gli avversari; se invece quelle caratteristiche sono superabili occorre individuare la modalità con cui giungere a un'intesa piena su valori e regole che consente poi l'alternanza.

Il secondo motivo è invece di lungo termine, almeno per l'intero periodo repubblicano: si può leggere con un giudizio sommariamente negativo il fatto che la storia del Paese sia stata gestita sino al crollo del Muro di Berlino secondo modalità consociative in cui l'esclusione del principale partito di opposizione a causa della sua collocazione internazionale era bilanciata da una conventio ad includendum sulle principali scelte legislative? O non era quella l'unica modalità possibile per tenere insieme il Paese, una scelta che tendeva comunque, nei suoi interpreti più avveduti, a produrre le condizioni di unità per giungere ad una democrazia dell'alternanza? Si può retrodatare al 1947-1948 l'esigenza di una democrazia competitiva quando la principale caratteristica individuata dalla scienza politica per giustificare un assetto consociativo, la presenza di forti fratture sociali, era indubbiamente presente?  Sia le democrazie consociative sia quelle competitive fanno parte del genere democrazia: il punto è se e quando esistano le condizioni per l'una o per l'altra e, ancor più specificamente, se pur scegliendo momentaneamente una soluzione consociativa essa non possa preparare il suo superamento. Cosa che con le fratture ideologiche, per loro natura transeunti, a differenza di quelle più permanenti di ordine linguistico, etnico o religioso, è possibile e ragionevole.

Il terzo motivo, che discende dai primi due, è che con queste contraddizioni tutta la storia repubblicana diventa una notte in cui tutto è ugualmente consociativo: il centrismo, il centrosinistra, la solidarietà nazionale, fino all'Ulivo, all'Unione e al Pd. Viceversa, in ciascuna di queste fasi, si può e si deve distinguere.Il primo tentativo (mancato) di predisporre le condizioni per una democrazia dell'alternanza fu senza dubbio il fallimento della legge del 1953 a premio di maggioranza giacché essa, pur pensata in quel momento per puntellare l'unica maggioranza possibile, quella leale all'opzione euro-atlantica, avrebbe colpito la presenza parlamentare della sinistra spingendola a cambiare prima di quanto effettivamente avvenne. Dal 1953 fino agli anni '70, sulla base del fallimento di quel tentativo, si avvia un percorso diverso, l'unico possibile, di progressiva integrazione consociativa della sinistra che però, nell'impostazione morotea, pur nell'indefinitezza delle fasi successive, era pensata verso la possibilità dell'alternanza, rimuovendo la distanza ideologica e di collocazione internazionale che la motivavano. Era appunto quell' "integrazionismo pacificante tra le maggiori forze popolari" che Moro, il quale aveva fortemente difeso alla camera nel 1953 la legge voluta da de Gasperi, persegue con coerenza, che Fotia critica e che invece rappresentava una premessa virtuosa per giungere alla fisiologia dell'alternanza. Il secondo tentativo è il duplice (anche se contraddittorio) sforzo di Craxi e De Mita, in alternativa tra di loro, di utilizzare il pentapartito come grande coalizione che preparasse l'alternanza: nel caso di Craxi (emblematico il referendum del 1985 ricordato dall'autore) per imporre al Pci una prospettiva mitterrandiana e nel caso di De Mita per strutturare un polo moderato moderno, non conservatore (esplicitato nelle elezioni del 1983) anche con l'adozione della riforma elettorale Ruffilli. L'esigenza di battere l'avversario finì poi per rendere entrambi prigionieri del ventre molle doroteo del sistema che tutto voleva tranne una democrazia competitiva, di modo che quando il 1989 arrivò, entrambi i partiti, oltre al Pci, si rivelarono incapaci di gestire il passaggio di fase. Passando poi alla seconda fase della Repubblica sul versante del centrosinistra sfugge a Fotia la differenza radicale tra Ulivo e Pd da una parte e Unione dall'altra. "Coalizione slabbrata"  era senz'altro l'Unione, ma non certo l'Ulivo che non comprendeva Rifondazione e che si autodenominava "alleanza per il Governo" e la cui tesi n. 1 "Un patto da riscrivere insieme" intendeva concordare con l'opposizione, anche attraverso una Commissione bicamerale, regole condivise dentro le quali competere in alternativa. Niente di consociativo, anzi tutto quanto era necessario per una funzionante democrazia competitiva.

Da questo punto di vista le accuse di consociativismo a D'Alema per la Bicamerale e a Veltroni per la trattativa con Berlusconi per una legge elettorale imperniata su un diverso bipolarismo (in una fase in cui il Governo era già palesemente in agonia, tant'è che Veltroni fu eletto per decisione pressoché unanime, sovrapponendo l'elezione del segretario Pd a quella già prevista per l'assemblea nazionale in modo da avere almeno un partito già funzionante) sono concettualmente errate. Idem per il Pd e per la scelta di rompere con le forze della sinistra radicale, criticata dal Fotia di pagina 28, ma che sarebbero invece coerenti con la descrizione del partito maggioritario fatta dal Fotia di pagina 285 richiamato all'inizio. Partito maggioritario che rappresentando lo strumento per la democrazia dell'alternanza non può che unificare i riformismi di matrice diversa che in una democrazia consociativa erano necessariamente separati secondo le appartenenze ideologiche. Se si vuole superare il consociativismo precedente questa fusione non ha nulla di eclettico o di stravagante, anzi è doverosa, se invece si esprimono tali giudizi significa che in realtà non si intende passare ad una democrazia dell'alternanza. Non si possono sostenere simultaneamente quei giudizi e quella tesi. E' poi paradossale che venga elogiata l'Idv per l'opposizione radicale al centro-destra, ritenuta quella "più corretta" perché anti-consociativa mentre si critica il Pd per essersi astenuto a inizio legislatura sulla legge delega sul federalismo fiscale: non solo essa era in realtà la doverosa applicazione della riforma costituzionale del Titolo V votata dal centrosinistra, ma l'Idv, se quello volesse essere assunto come test, votò addirittura a favore.

Infine il quarto motivo: Fotia dichiara di voler prediligere la democrazia competitiva ma nel contempo non è affatto convinto che siano di norma decisivi gli elettori centrali. Ciò merita due repliche, una rispetto al giudizio di fatto e l'altra rispetto a quella di valore. Quanto al giudizio di fatto Fotia usa l'argomento per cui nelle Politiche 2008 tale sfondamento non vi fu a favore del Pd, nonostante l'impianto voluto da Veltroni. Il giudizio degli elettori nei confronti di chi ha governato è però inevitabilmente retrospettivo: difficile immaginare uno sfondamento immediato al centro dopo un'esperienza di governo così negativa. Lì erano poste le condizioni per un successivo sfondamento, ma non immediato. In ogni caso, in termini di giudizio di valore, che senso avrebbe preferire la democrazia dell'alternanza se le sorti delle elezioni fossero determinate non dagli elettori mediani ma dalla mobilitazione più efficace dell'elettorato di appartenenza sulle estreme?  Se così fosse, se gli elettorati fossero strutturalmente non comunicanti, saremmo in una di quelle società così divise da richiedere invece una democrazia consociativa. Insomma, Fotia deve scegliere un punto di attacco, non due contraddittori. O sostiene una critica tradizionalista, identitaria, di sinistra e allora deve difendere e non attaccare il consociativismo o si situa dentro il percorso di costruzione di una democrazia dell'alternanza e allora può criticare Veltroni, Franceschini, Bersani e quanti desidera in chiave opposta, per le contraddizioni e le esitazioni su quella strada, che comprende per definizione un'intesa sulle regole con l'altro schieramento per competere meglio in alternativa. Compresa l'occasione del Governo Monti, che può finalmente rappresentare la cornice per quell'intesa per poi competere in modo non lacerante. Partito identitario chiama consociativismo, partito maggioritario post-ideologico chiama democrazia dell'alternanza. Due Fotia che criticano da punti opposti non funzionano, per quanti limiti possa avere il Pd.

Stefano Ceccanti

Stefano Ceccanti. Senatore del Pd dal 2008, membro della commissione Affari costituzionali, è ordinario di Diritto Pubblico Comparato all'Università La Sapienza di Roma. Ultimo libro, Al cattolico perplesso. Chiesa e politica all'epoca del bipolarismo e del pluralismo religioso.

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