Settimanale di propaganda riformista
numero 108 del 18 giugno 2013A conti fatti
Quando le opinioni sono numeri
Le elite? Più che vecchie, intoccabili

Lo scorso 17 maggio la home del Corriere.it apriva con un titolone dedicato all'ultimo allarme lanciato da Coldiretti. Nessuna difficoltà col radicchio o con la cappuccina bensì "la classe dirigente italiana è la più vecchia d'Europa". E noi tutti a clickare "mi piace" su Facebook.
Tornano in mente alcuni pensieri dello Zibaldone che parlano del piacere concesso dalla ripetizione. Leggere qualcosa di già noto, già visto, già letto. Che piacere. Si converrà che istituzioni anche più autorevoli in materia di statistiche, come l'Istat, ripetono da anni dati simili a quelli elaborati dall'Università della Calabria per Coldiretti giovani, ma forse inseriti in un quadro di cifre e problemi che rendono questo elemento meno apicale. Eppure, il 17 maggio primo titolo.
Non già che argomenti simili non debbano riguardare un'associazione di categoria che, al contrario, dovrebbe occuparsi solo di radicchio e cappuccina. In una società complessa e ristretta come la nostra è utile e giusto che anche i giovani coltivatori diretti studino a fondo il problema dell'invecchiamento della classe dirigente del paese. Il punto è un altro: i risultati di uno studio simile avrebbe pure potuto produrli l'associazione Liutai italiani ma di questi tempi sarebbero finiti allo stesso modo nella home del Corsera. Perché? Basti che si parli di ricambio, argomento che tira, che porta traffico sul sito.
Sicuramente l'età media elevata della nostra classe dirigente è un problema ma è anche un dato da ricollegare ragionevolmente all'altissima aspettativa di vita dei cittadini dello Stivale. Su questo punto saremo presto confortati dall'uscita del rapporto annuale dell'Istat e dai risultati del Censimento, ma possiamo dire, con poca probabilità di sbagliare e, anche qui, provando piacere per la ripetizione, ciò che sappiamo: l'Italia è la nazione più vecchia d'Europa, seconda a livello mondiale solo al Giappone. Per quanto ancora ci stupiremo allora se l'Italia ha una classe dirigente più anziana di quella degli altri soggetti nazionali?
Allora, il problema vero sembra un altro, sul quale bisogna mantenere l'attenzione senza farsi sviare dal piacere della ripetizione: la permanenza ai vertici eccessivamente prolungata dei membri della classe dirigente italiana. Una cosa un po' diversa dall'età media. I nostri politici sono un esempio eclatante di questo fenomeno. Non sono particolarmente vecchi rispetto all'età media nazionale, ma il più giovane di loro è ai vertici del suo partito da almeno vent'anni! È questo che non accade altrove. Sulla capacità di favorire la circolazione anagrafica delle elite si dovrebbe lavorare. E in particolare dovrebbero farlo i partiti politici, che sembrano invece tra i più restii a impegnarsi in questa direzione.
Ma i giovani sono davvero pronti? Questo è un altro problema che non dipende tanto dall'anzianità dei vertici a fine carriera quanto del tardivo ingresso nel mondo del lavoro e della gestione della cosa pubblica delle nuove generazioni. Queste, così facendo, hanno meno possibilità di allungare il loro curriculum e sviluppare quelle skills che solo l'esperienza consente di esercitare rispetto a un loro padre o nonno a parità di età. È vero però in media che sono più preparati perché hanno studiato più a lungo. Coldiretti, tra le altre cose, allarmata diceva: "[i vecchi] andranno in pensione prima che la crisi finisca". Il problema non sembra questo quanto piuttosto: "[i giovani] saprebbero affrontarla?". Fino a quando il guanto di sfida continuerà a non essere lanciato andremo avanti col piacere della ripetizione.

Manuela Sammarco. Pubblicista, dottore di ricerca in materie letterarie. Ha lavorato per Sherpa Tv. Ha collaborato con l'area formazione del PD. Fa parte della Presidenza nazionale di LIBERTA'eguale. Twitter: @LaSammarco
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