Settimanale di propaganda riformista
numero 103 del 14 maggio 2013Visti da qui
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Quando la crisi era giapponese

Verso la fine degli anni 1980, il Giappone aveva raggiunto l'apice dello sviluppo economico grazie a valori immensi del mercato immobiliare (un metro quadro a Ginza costava circa $200,000) e finanziario (l'indice Nikkei superò i 30,000 punti, contro i ca 15,000 di oggi).
Il Giappone, a quel tempo, era visto come il modello ideale di sviluppo economico e l'influenza culturale giapponese era fortissima. Ad esempio, non c'era film di Hollywood che non inserisse degli elementi che richiamassero il Giappone, dagli iconici industriali "Tanaka-san", a bande di Yakuza trapiantati a Los Angeles.
Nel giro di pochi anni, lo scoppio della bolla immobiliare invertì brutalmente la tendenza e il Giappone si trovò a fronteggiare una grave crisi economica che si trasformò presto in un periodo di stagnazione senza precedenti che si cristallizzò nell'espressione "Lost Decade" che simboleggiava gli oltre dieci anni di crescita zero del Paese del Sol Levante.
Nel corso degli anni '90, il Giappone mise in campo più o meno le stesse politiche adottate oggi dalla FED: riduzione a zero del tasso di sconto, acquisto massiccio di titoli di Stato (oggi si direbbe Quantitative Easing), accorpamento e salvataggio dei maggiori istituti di credito a rischio di fallimento. Tuttavia il crollo dei valori nominali degli asset era stato talmente radicale che la domanda non riusciva a riprendersi e l'economia entrò in una fase di lunga "deflazione". Si pensi che i valori immobiliari della fascia premium si erano ridotti al 5-6% rispetto al loro picco del 1989/90.
Nel 1997, quando l'economia giapponese sembrava essere sulla buona strada per uscire dalla crisi, avendo nel frattempo ristrutturato gran parte dei suoi processi produttivi investendo di più nei vicini paesi dell'ASEAN, si verificò una crisi valutaria gravissima che coinvolse prima la Thailandia e poi tutti gli altri paesi del Sudest asiatico. Rimandando di fatto il recupero economico in Giappone di almeno 4-5 anni.
In quegli anni, economisti e policy makers americani ed europei si sprecarono in consigli quasi paternalistici sui problemi asiatici. In particolare, i giudizi più severi furono rivolti al Giappone, che passava da modello di organizzazione economica a pecora nera del capitalismo mondiale, con i suoi politici corrotti, lo Stato troppo burocratizzato, la popolazione troppo anziana, un welfare mastodontico e troppe barriere al libero commercio internazionale.
La crisi nipponica, si diceva, non era replicabile negli Stati Uniti o in Europa, perché diversi i valori culturali di fondo. Quindi, l'Occidente poteva disinteressarsi della "Lost Decade" in quanto conseguenza unicamente del modello di sviluppo asiatico.
Verso la metà degli anni duemila, chi osservava l'andamento economico in Europa e Stati Uniti, avendo studiato e analizzato le crisi economiche nipponica e asiatica, non poteva non notare delle inquietanti similitudini. In particolare, la crescita di un bolla immobiliare irrefrenabile, sostenuta da un circolo vizioso di prezzi in crescita, bassi tassi di interesse e prestiti ad alto rischio concessi facilmente (i famosi subprime).
Oggi, la mancanza di una conoscenza diffusa e profonda dei problemi già affrontati dal Giappone negli ultimi 20 anni ha pesato gravemente sulle scelte poste in essere dai governanti americani ed europei. Un'osservazione più attenta di quegli eventi avrebbe chiarito che una crisi come quella attuale non poteva essere affrontata con gli strumenti classici di politica macroeconomica, men che meno con le brutali politiche restrittive a cui stiamo assistendo in Europa. Mutatis mutandis, piuttosto che alla "Lost Decade" giapponese. la risposta europea alla crisi assomiglia più a quelle, disastrose, di Thailandia e Indonesia.
Ironicamente, mentre l'Europa si prepara stoicamente ad un seppuku [1] fatto di violente misure recessive, il Giappone, con un debito pubblico di enormi proporzioni, diventa un Paese rifugio.

Luigi Raffone. Laureato in Scienze Politiche presso l'Università di Napoli l'Orientale; si interessa di Estremo Oriente ed ha svolto un progetto di ricerca presso la Waseda University di Tokyo. Lavora nel commercio internazionale presso una compagnia statunitense.
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