Settimanale di propaganda riformista
numero 103 del 14 maggio 2013Le bombe intelligenti
Armi di riformismo di massa
I partiti come le Asl?

Numerose sono le proposte di riforma del finanziamento dei partiti. Rimane inevaso però come una qualunque riforma possa riavvicinare i cittadini ai partiti.
I cittadini si iscrivono poco ai partiti (non si hanno dati esatti e qualche forza politica neppure richiede formale iscrizione…) e non partecipano alla loro vita interna.
La proposta in discussione è quella di accentuare i controlli, naturalmente pubblici, sulle spese sostenute. Questo aspetto è controverso, non solo per ragioni di diritto, ma per altre sostanziali: perché nessuno, per definizione, è in grado di valutare dall'esterno le spese per il sostegno di un partito o di un leader (qui escludiamo le ruberie belle e buone). Se le spese sono stipendi, manifesti, congressi e convegni, non c'è molto da dire. Ma le spese sono ben altre. Cosa dire, ad esempio, del pagamento di un compenso a una personalità eminente, in grado di influenzare l'opinione pubblica? Chi (soggetto esterno) può valutare nel merito la natura di questa spesa? O meglio, valutare se proprio quella spesa è inerente all'attività politica? La risposta sarebbe ovvia, solo il partito in sé, con i suoi organi può decidere se una spesa, o una strategia di promozione, è opportuna o meno. E' una questione appunto politica. Non si può usare per questo tipo di contabilità gli stessi criteri di appropriatezza che si usano nei casi usuali di finanziamento pubblico a imprese o a altre associazioni.
Più le strategie di moralizzazione dei partiti si fonderanno su controlli pubblici, meno saranno efficaci e appropriati. Il finanziamento pubblico è un po' come il voto (fatto salvi, si ripete, i casi di furto): il partito lo riceve e poi, secondo le decisioni assunte al suo interno, lo utilizza al meglio della sua causa e non secondo interventi esterni.
A questo punto si deve arrivare a una valutazione di tipo strategico proprio rispetto alla natura dei partiti. O diventano tout court pezzi dello stato, e allora ha senso coinvolgere la corte dei conti, formalizzare la vita interna dei partiti, vincolando così la libertà stessa dei partiti. Con il rischio che, come tante volte accaduto, nonostante i controlli, le malversazioni dilaghino.
O si sceglie una strada opposta. I partiti rimangono totalmente liberi e privati. Sono associazioni, ognuna con un suo statuto interno, senza vincoli di diritto pubblico. In questo caso, il finanziamento dei partiti dovrebbe essere fondamentalmente legato a una decisione privata del simpatizzante (attraverso versamenti diretti con sconto fiscale e attraverso meccanismi preferenziali come il 4 per mille). Naturalmente svolgendo una funzione riconosciuta dalla costituzione e trattandosi poi di un paese dove chiunque riceve sostegni pubblici, non è da escludere una qualche forma di finanziamento che aiuti la partecipazione dei cittadini alla vita politica. Finanziamento che per un verso dovrebbe essere sempre legato a una scelta diretta dell'elettore (quando fu sperimentato con grande insuccesso il 4 per mille ai partiti, il contribuente doveva scegliere di finanziare tutti i partiti e non quello verso cui aveva una preferenza, il che avrebbe dato tutt'altro senso alla scelta) e per l'altro verso dovrebbe consistere nel rimborso di servizi effettivamente acquistati e solo nel periodo che precede il voto.
La versione statalista non garantisce efficienza sul piano proprio dei controlli, che sarebbe la finalità per cui verrebbe richiesta, e finirebbe per trasformare i partiti in macchine burocratiche; la versione liberale e democratica, richiederebbe sempre un intervento dei cittadini, senza il quale non si darebbe luogo a nessun finanziamento e inoltre manterrebbe la libertà dei partiti di darsi la forma e i contenuti che desiderano.
Quanto all'obiezione che in questo modo si darebbe un gran potere alle lobby, si guardi alla vicenda liberalizzazioni, quando si sono espresse alla loro massima capacità d'influenza, pur in presenza di partiti con ricchi finanziamenti, e poi basterebbe vietare contribuzioni societarie o di associazioni oltre una certa soglia e prevedere senza vincoli solo quelle personali.
Insomma c'è un migliore controllore di chi, in qualche forma, sceglie personalmente e direttamente di finanziare un partito?

Antonio Preiti. Economista. Direttore ricerca Censis. Laurea in Scienze Economiche, Master in Economia dello Sviluppo. E' stato direttore APT Firenze e Rel. internazionali Comune Firenze; docente Luiss Management; consulente Ministero Economia. Giornalista pubblicista.
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