Settimanale di propaganda riformista
numero 108 del 18 giugno 2013Visti da qui
Notizie dal mondo di fuori
La politica non è logica (su Israele e l'imbarazzo a parlarne)

Sì, Giovanni Fontana ha ragione: parlare di Israele per un progressista è snervante e avvilente; sembra quasi doversi negare la possibilità di un confronto laico, non solo nella discussione sul Medio Oriente. (Questo il rischio vero di tutte le retoriche di "scontro di civiltà": il "contagio", il peggioramento di ogni discussione). D'altro canto, quando si parla di politica non si parla di una lotta razionale e disncarnata, una semplice competizione logico-dialettica. Si entra bensì in una sfera che è innanzitutto emotiva, e che in alcuni casi tocca note che altri chiamerebbero spirituali. La politica nasce infatti da forze irrazionali, quali appartenenza emotiva, volontà di potenza, desiderio di definire un confine. Dobbiamo capire questo, per poter combattere meglio i mostri che queste pulsioni creano.
C'è storia, e c'è anche geografia, non solo logica, nella politica; e dunque ci sono emozioni, paure, sensi di colpa, vicinanze di un certo tipo, lontananze di altro tipo. Da parte nostra, come da parte di Israele, come da parte dei vicini di Israele. Che, appunto, non siamo noi (ci torno a breve). Dobbiamo allora rassegnarci all'imbarazzo nell'affrontare le questioni del Medio Oriente? Non credo.
Portare a consapevolezza i nodi di queste difficoltà - come fa Fontana - è già un primo passo per superarle. Un ulteriore passo è vedere con lucidità .gli interessi in campo; in particolare i nostri. Nel conflitto medioorientale - e se si vuole per esempio nel nodo della questione iraniana - pesano gli interessi petroliferi a rischio per noi, le scelte economiche legittime di ogni paese, i timori di tutta una regione (non solo Israele, si badi) rispetto alla riconversione che si sta effettuando dei pesi geopolitici, a partire dal distacco sempre maggiore degli Stati Uniti.
Quindi la lente con la quale guardiamo questo scenario deve sapersi adattare, abbandonando la logica esclusivamente valoriale. Sotto questo aspetto, Fontana dice: "non bisogna mai confrontarsi con i peggiori, ma con chi si aspira a essere". Da amico innamorato di Israele, controfirmerei di corsa quella formula, per avere un Israele che sia una democrazia scandinava. Ma proprio in questa aspettativa, si tradisce un "vizio intellettuale", che vede la politica disincarnarsi in logica delle istituzioni e della battaglia di idee: il considerare la forma democratica slegata dalle condizioni fattuali, geografiche, ed economiche in cui è posta.
Israele non può competere in meglio con "noi"; Israele (che forse sta perdendo lo status di unica democrazia in Medio Oriente) è comunque costretto in questo momento a competere in durezza con Stati decisamente poco liberali, in una condizione di assedio (reale in parte, percepito moltissimo) che non può che creare tossine pericolose. Questa non vuole essere una giustificazione dei gravissimi errori di Gerusalemme; ma un richiamo a una maggiore consapevolezza di quelle che sono le dinamiche che si dipanano su quei territori, non sul web o su facebook, Quando non sai chi possono essere i lavoratori che passano le tue frontiere, il tuo sguardo sarà sempre un po' viziato dal sospetto; quando non è trasparente la dinamica che regge il governo del tuo vicino, anche tu raddoppierai i controlli sui tuoi segreti.
Anche qui, non possiamo rassegnarci a questa cappa; anche qui, però, è necessario essere prudenti come serpenti, per difendere la colomba che vorrebbe alzarsi in cielo. Sempre che le ferite inferte non l'abbiano già uccisa.

Francesco Maria Mariotti. Vive e lavora a Milano. Ha contribuito a rifondare l'associazione Sinistra per Israele. Ogni tanto scrive sul suo blog mondiepolitiche (ma le cose migliori sono le poesie, in un altro blog)
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