Settimanale di propaganda riformista

numero 104 del 22 maggio 2013

A letto con Marx

Il primo amore non si scorda mai

Quel tabù chiamato congresso

martedì 15 maggio 2012. Categoria: A letto con Marx, Autore: Redazione

Quel tabù chiamato congresso

Su qdR è stato scritto a più riprese e confermato in un sondaggio:  il Pd dovrebbe sciogliere i nodi di leadership e linea politica con un congresso (leggi: primarie di partito) prima della prossima scadenza elettorale. Ci è sembrato positivo che Matteo Renzi, titolare di un'importante carica istituzionale conquistata con legittimazione popolare e quindi dirigente di rilievo nazionale del Pd, lo abbia detto con chiarezza.

Quando Bersani è stato eletto segretario: il suo sfidante era Dario Franceschini, che oggi ne canta le lodi lasciando intendere un possibile nuovo passaggio del testimone alla guida del partito; al governo c'era Berlusconi e Monti era il presidente della Bocconi; le cause dell'implosione della seconda repubblica erano tra noi, ma non ancora i loro effetti; la crisi finanziaria internazionale non aveva ancora scalfito la sostenibilità dei debiti sovrani e in Italia i conservatori di destra e di sinistra esaltavano la sostenibilità del nostro sistema.

Un'era geologica fa, insomma. Abbastanza perché un partito serio convochi un congresso per scegliere la propria linea. Ma la ragione principale è un'altra. In politica, scelta significa assunzione di responsabilità. E questo fa bene alla politica e alla selezione dei politici (sul cui indice di gradimento meglio stendere un velo pietoso), perché capiscano che le loro carriere devono fondarsi sulla competizione tra idee e proprio per questo, a differenza dei diamanti, possono non essere per sempre.

Seguendo uno dei più accattivanti metodi della logica matematica, la dimostrazione (per assurdo) che servano subito le primarie del Pd, è stata fornita da Dario Franceschini in un'intervista sul Corsera inneggiante a "Bersani come nostro Hollande". Primo. L'equazione Bersani uguale Hollande ha davvero poco senso: perché, tra le altre cose, Hollande, che era segretario del PSF, ha convocato le primarie per la leadership sei mesi e non tre anni prima delle elezioni. Secondo. L'idea che lo sfidante sconfitto debba assumere posizioni di potere per spirito di unità dimostra che la cultura politica che prevale nel Pd non ha fatto i conti con l'etica della responsabilità. David Miliband, quando ha perso di un soffio la corsa per la leadership del New Labour, non ha rinunciato a entrare nel governo ombra perché non voleva bene al suo partito (o a suo fratello Ed). Lo ha fatto perché voleva bene alla politica e al suo paese. Chi vince comanda. Chi perde si impegna ad aiutarlo senza mettergli i bastoni tra le ruote, ma senza rinunciare a costruire un'opzione politica alternativa la cui presenza dialettica rappresenta una ricchezza per tutto il partito.

Tutto questo, purtroppo, nel Pd non si è mai visto. Per cui ci ritroviamo ad andare al voto con un'opzione laburista (che si infiamma per spesa pubblica, concertazione, Eurobond e politiche monetarie espansive), senza che agli iscritti e agli elettori potenziali del Pd sia mai stata prospettata una scelta chiara tra questa e un'opzione riformista (che parli di crescita basata non su inflazione e disavanzo, ma su riforme che rimettano in moto gli incentivi degli italiani, riducano la spesa pubblica e la pressione fiscale). Non ci sfuggono le responsabilità di quei "riformisti" che nel Pd dovrebbero intestarsi quest'ultima opzione, ma al netto delle loro mancanze, la questione congresso resta.

La chiarezza delle scelte si scontra con una motivazione che nessuno confessa. Tutti i dirigenti del Pd concordano difatti su una cosa: nessuno tocchi gli equilibri attuali prima delle candidature. Perché, ove mai congresso e primarie fossero indette, tali equilibri sarebbero alterati, forse anche sensibilmente. Il gruppo dirigente del Pd si assume una responsabilità importante scegliendo di non lasciare che iscritti ed elettori possano scegliere. Una responsabilità i cui esiti andranno pesati al milligrammo dopo le elezioni del 2013, qualunque sia il loro risultato.