Settimanale di propaganda riformista
numero 104 del 22 maggio 2013Le bombe intelligenti
Armi di riformismo di massa
Riformiamo il referendum

La forte affermazione del Movimento 5 Stelle soprattutto al Nord, soprattutto nei centri urbani e soprattutto, a danno del Pd ci impone riflessioni serie come democratici e, per quanto mi riguarda, come parlamentari. I voti sono arrivati da elettori che si erano astenuti e hanno ritrovato così il canale per esprimersi. Pur nella crisi, c'è dunque ancora una voglia di partecipazione nel Paese che non per forza passa attraverso i canali tradizionali dei partiti ma che deve trovare spazio nelle istituzioni, anche con una rivitalizzazione degli strumenti di democrazia diretta come l'iniziativa popolare e, soprattutto, il referendum abrogativo.
Il 6 e 7 maggio ci hanno restituito anche un altro risultato significativo, quello della tornata referendaria in Sardegna. Dieci referendum hanno ottenuto un risultato positivo, questo anche perché il quorum previsto era molto più basso di quello costituzionale. Ora io mi chiedo, visto che in Parlamento siamo impegnati ad approvare una riforma della Costituzione, non dovremmo ripensare anche l'istituto del referendum abrogativo e ragionare su come valorizzare l'iniziativa popolare?
La Repubblica italiana è nata con un referendum, quello istituzionale del 2 giugno 1946. Dopo la (tardiva) legge di attuazione del 1970 il numero di richieste referendarie si è attestato intorno alle 500, una settantina i referendum ammessi dalla Corte, solo in 39 casi si è raggiunto il quorum previsto dalla Costituzione. Dal 1995 al 2011 solo quattro referendum hanno raggiunto il quorum di validità, mentre il referendum elettorale del 2009 ha registrato un record negativo di affluenza, al di sotto della già critica soglia del 25 per cento. Per non parlare del fatto che gli ultimi referendum elettorali, dopo aver raccolto ben oltre il numero di firme richieste, sono stati giudicati inammissibili dalla Corte.
C'è qualcosa che non funziona, i numeri lo spiegano bene. Occorre quindi modificare l'articolo 75 della Costituzione, intervenendo soprattutto sul quorum di validità e sulla tempistica del giudizio di ammissibilità della Corte costituzionale. La soluzione che, insieme a Stefano Ceccanti e altri abbiamo trasposto, già nel 2008, in un ddl costituzionale, si propone di intervenire su tre frangenti. Il quorum va riparametrato sul tasso di reale partecipazione popolare al voto e non su quorum fissi e astratti. In poche parole dal 50 per cento più uno degli aventi diritto al voto al 50 per cento più uno degli elettori che hanno votato alle precedenti elezioni politiche.
Occorre poi anticipare il giudizio della Corte costituzionale sull'ammissibilità del referendum. Noi proponiamo che la Corte giudichi dell'ammissibilità del quesito dopo la raccolta di 50.000 firme "simboliche". Ma per sostenere davvero il valore politico del referendum, proponiamo che il numero degli elettori che possono fare richiesta di referendum passi da 500.000 a 1.000.000.
Inoltre sosteniamo un meccanismo che agevoli l'esame delle proposte di legge popolare, con l'introduzione di un referendum propositivo che agisca da stimolo al Parlamento. I cassetti delle commissioni parlamentari, infatti, traboccano di leggi di iniziativa popolare mai esaminati! Queste semplici idee, se inserite nel pacchetto delle riforme costituzionali all'esame del Senato, ci permetterebbero di bilanciare ancor meglio nel complesso il nostro sistema costituzionale, rafforzando e valorizzando degli strumenti di democrazia diretta. Occasione che non dovremmo farci scappare.

Marilena Adamo. Senatrice del Pd, fa parte della Commissione Affari Costituzionali e di quella per le Politiche dell'Ue. È stata capogruppo del Pd a Milano e vicepresidente del Consiglio comunale. Capogruppo del Pds in Regione Lombardia, è stata vicepresidente dell'Assemblea.
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