Settimanale di propaganda riformista
numero 108 del 18 giugno 2013A letto con Marx
Il primo amore non si scorda mai
Si esce "montiani", da Monti

D'Alema sospira di sollievo perché l'articolo 18 gli ha finalmente permesso di tirare apertamente le orecchie al mai adorato governo tecnico. Monti, dice il presidente della Feps il cui Manifesto parigino è stato così poco hard da deludere i socialdemocratici duri e puri di mezzo continente, starà dov'è solo per un po' e poi torneremo noi, i partiti.
Per carità di patria non ci domandiamo se dovremmo o no sentirci rassicurati da questo pronostico. D'Alema, del resto, è D'Alema: l'uomo che alla nascita del governo Ciampi si chiese sarcasticamente se dopo il governatore di Bankitalia sarebbe arrivato il Capo di Stato Maggiore della Difesa; l'uomo che ha sempre sdegnato i tecnici in nome della politica con la p maiuscola dimenticando che di solito c'è bisogno di loro per sanare i disastri compiuti dalla politica con la p minuscola.
In ogni caso, D'Alema o non D'Alema, ritorno o non ritorno dei partiti, un fatto è comunque certo: se non riparte la crescita passerà guai seri la grande maggioranza dei cittadini, in particolare i quasi due milioni e mezzo di disoccupati, i quattro milioni di lavoratori precari e gli oltre due milioni di inattivi tra i quindici e i ventinove anni (i cosiddetti N.e.e.t.).
Di ogni piccola o grande riforma dovrà essere valutata in primo luogo l'adeguatezza a favorire una stabile ripresa produttiva ed occupazionale. A nessuno sfugge che i problemi che hanno bloccato l'Italia negli ultimi vent'anni e specialmente negli ultimi dieci non cesseranno con la presente legislatura.
Il debito pubblico italiano sta crescendo di quattordicimila
euro al secondo e potrebbe superare i duemila miliardi prima della
fine del prossimo mese.
Lo spread, che registra la sfiducia dei nostri creditori sulla
solvibilità dell'Italia, è sceso di un bel po' ma è ancora
elevato. Ciò significa che ogni strategia basata non su una
riqualificazione ma su un aumento della spesa pubblica è wishful
thinking. O, più prosaicamente, una presa in giro.
All'indomani della sua sofferta elezione a presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi ha enumerato gli ostacoli che dal suo punto di vista di imprenditore globale penalizzano l'Italia, che resta, malgrado tutto, una delle principali potenze manifatturiere al mondo.
Il suo è un elenco più bipartisan che di parte perché tante altre volte è stato fatto, anche da organizzazioni lontane da Confindustria: abbiamo un carico tributario troppo pesante su imprese e lavoratori; una burocrazia soffocante allunga-tempi e scaccia-investimenti; una giustizia civile tanto inefficiente da generare una paurosa incertezza del diritto; infrastrutture gravemente carenti; un costo dell'energia più alto del trenta per cento rispetto al resto d'Europa.
Altri fattori critici possono essere aggiunti a questa lista: in
primo luogo il calante dinamismo innovativo; un welfare
insufficientemente adatto a produrre giustizia sociale riducendo le
disuguaglianze e proteggendo chi veramente è più debole; la
presenza di troppi settori poco concorrenziali e la scarsa
attitudine a premiare in ogni campo i più meritevoli piuttosto che
i titolari di rendite di posizione.
Questi macigni ci sono oggi. E ci saranno anche se,
dalemianamente, dovessero tornare i partiti.
La loro non rimozione vanificherebbe anche eventuali politiche macroeconomiche maggiormente espansive, ove, com'è auspicabile, si aprissero dei margini per effettuare qualcosa del genere sul piano nazionale ed europeo.
Pierluigi Ciocca tempo fa propose una ricetta di riduzione della spesa pubblica corrente (in particolare delle voci riguardanti i trasferimenti alle imprese, la spesa per il personale e per l'acquisto di beni e servizi) finalizzata in parte a ridurre il deficit e il debito e in parte a incrementare gli oggi sottodimensionati investimenti infrastrutturali, determinanti per accrescere la competitività del Paese.
La spending review che sta conducendo il ministro Giarda va in
questa direzione.
Riformare il pubblico impiego e introdurre criteri
meritocratici nell'assegnazione delle risorse ai vari livelli della
pubblica amministrazione, molto diversi tra loro per efficienza
complessiva, è un'impresa tremendamente difficile e tuttavia
indispensabile.
Un partito come il Pd sarà credibile come forza di governo nella misura in cui farà dell'indicazione di soluzioni realistiche per l'insieme dei problemi fin qui citati l'elemento cruciale della propria proposta al Paese e delle proprie decisioni in fatto di alleanze.
Sotto questo profilo sarà bene diffidare massimamente di partiti che di continuo mettono in mostra un miscuglio scoraggiante di demagogia, retorica, antisviluppismo e inaffidabilità. Con pacatezza, e con la speranza che scenda a più miti consigli chi ha altre ambizioni, noi diciamo una cosa che ci pare evidente: dopo Monti non potrà che esserci, sul piano delle azioni concrete, qualcosa di molto simile a Monti.

Dario Parrini. Sindaco di Vinci (Firenze) dal 2004, è laureato in Scienze Politiche. Dal 2001 al 2004 ha lavorato presso l'Ufficio Acquisti Non Alimentari di Coop Italia. Twitter: @DarioParrini
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