Settimanale di propaganda riformista

numero 108 del 18 giugno 2013

Le bombe intelligenti

Armi di riformismo di massa

Insensato riformare il lavoro a metà

martedì 27 marzo 2012. Categoria: Le bombe intelligenti, Autore: Alessia Parlatore

Insensato riformare il lavoro a metà

La riforma del mercato del lavoro è un tema squisitamente politico. E' errato sostenere che abolendo l'art. 18 o alcune tutele previste da questa disposizione, come per incanto il tasso di occupazione cresca. E' sbagliato dal punto di vista economico, perché il mercato del lavoro italiano è caratterizzato da una prevalente rigidità in entrata, sia per quanto attiene il dato quantitativo dell'occupazione, sia per quanto riguarda la qualità dell'occupazione (stabilità, tutele contrattuali, salari).

Se fosse vero un tale assunto, le imprese potrebbero anche rinunciare a fare imprenditorialità, tanto poi quando sono in crisi, e i fondi comunitari dell'obiettivo 1 e 2 non ci sono più, e i prodotti cinesi fanno concorrenza a quelli europei ed anche italiani ormai su tutto o quasi, la domanda si contrae e i pressi salgono, basta "avviare processi di ristrutturazione aziendale". I quali, è vero, colpiscono prevalentemente i lavoratori "un po' troppo anziani" perché il datore di lavoro abbia interesse ad investire ancora su un processo di riconversione, riqualificazione, ricollocazione professionale, ma "troppo giovani" per andare in pensione.

Ciò si riflette in un ricorso improprio ed eccessivo alla cassa integrazione ed alle procedure di mobilità collettiva, con la conseguenza che il tasso di occupazione subisce una contrazione, i redditi delle famiglie decrescono, la domanda aggregata va in picchiata libera. D'altro canto, assumere le tutele previste dall'art. 18 come novelle Colonne d'Ercole, significa non voler fare i conti con la storia e l'economia reale.

La nozione di giusta causa è già stata progressivamente ampliata ed estesa dalla giurisprudenza di merito e dalla Cassazione. Recepire a livello legislativo un cambiamento già asseverato, sarebbe scelta di buon senso, così come riconoscere all'impresa in crisi la possibilità di avviare processi di ristrutturazione aziendale in un momento antecedente l'irreversibile. Ciò, a condizione di una reale riforma degli ammortizzatori sociali e, soprattutto,  di un  percorso serio e compartecipato tra imprese e soggetti istituzionali (Stato e Regioni, competenti in modalità concorrente nella materia lavoro e formazione), che preveda processi di formazione continua e di riqualificazione e agevoli il reingresso nel mercato del lavoro, coniugando flessibilità e sostenibilità socio-economica della disoccupazione.

Un Paese moderno non è quello, in cui un laureato in matematica, pur di lavorare,  decide di frequentare un corso da operatore socio sanitario, qualifica per cui è richiesto il solo diploma di scuola media inferiore. Il passaggio, tardivo, alla modernità passa per un ragionevole compromesso tra una formazione universitaria orientata alle esigenze del mondo produttivo ed alle "professioni nuove", e un'offerta didattica che privilegi la qualità alla quantità dei corsi di laurea.

Lo spazio della politica è tra i due approcci psicologici e culturali estremi quanto conservativi di una situazione stagnante, che viene il dubbio siano un comodo alibi, per non fare i conti con il problema della rappresentatività dei soggetti intermedi rispetto ad una società, non costituita, prevalentemente da occupati a tempo indeterminato.

Nel mondo che cambia non si può competere solo sul costo del lavoro, ma una flessibilità regolata in uscita non è un tabù, specie se unita a modelli organizzativi aziendali, che incentivino la partecipazione dei lavoratori nella gestione dell'azienda. Allo stesso modo, la politica economica e di concorrenza europee non possono più limitarsi la prima al rispetto del Patto di stabilità e alla disciplina fiscale, la seconda all'invasione di succo d'arancia tedesco sugli scaffali italiani, in nome della libera circolazione della merci e della rimozione delle misure di effetto equivalente…

Riformare il mercato del lavoro si può, scegliere di farlo a metà non ha senso, a meno che non si voglia proseguire, da ambo le parti, nell'emulazione dell'asino di Buridano. Di Lama ne nasce uno ogni secolo, ma perché mai dovremmo riempire le decadi tra un secolo e l'altro, scegliendo tra Sacconi e la Cantone o la Camusso?

Alessia Parlatore

Alessia Parlatore. Avvocato amministrativista e giuslavorista, legale presso ente pubblico. Specialista in diritto comunitario internazionale. Ha lavorato con ONG e presso il Ministero degli Esteri. Si occupa di sanità, riforma della PA regionale e dei servizi pubblici.

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