In una rivolta, come in un romanzo, la parte più difficile da inventare è senz'altro la conclusione.
Settimanale di propaganda riformista
numero 104 del 22 maggio 2013Bar Sport
L'unica saggezza è quella del popolo
A scuola non si urla

Bersani ha risolto la questione aperta dall'annuncio di alcuni "giovani sperimentati" della sua segreteria di partecipare allo sciopero della FIOM annunciando che verificheranno se la piattaforma è compatibile con il sostegno al governo Monti e in caso contrario - ha assicurato - non andrà nessuno. A molti (da ultimo Franceschini intervistato sul Corsera) non sembra un'analisi particolarmente complessa dato che la FIOM "considera non accettabili e sbagliate le scelte del Governo italiano, che [...] tagliano lo Stato sociale, privatizzano e attaccano i diritti nel lavoro". Staremo a vedere se Bersani saprà a questo punto imporre coerenza ai suoi.
È comunque utile che Bersani abbia chiarito che è necessario conoscere (le piattaforme) per deliberare (se aderire o meno alle manifestazioni), ma in questo strano partito sbaglieremmo a dare per scontato che tutti la pensino così. Prendiamo ad esempio la scuola: partirà da Bologna una mobilitazione chiamata "L'urlo della scuola". Se ne è parlato all'assemblea dei responsabili scuola del PD e di fronte agli interventi di chi invitava a guardare bene le proposte prima di decidere se partecipare (anonimi però, dato che gli organizzatori chiedono che "non vi siano simboli riconducibili a partiti o sindacati"), altri hanno chiesto di non sottilizzare visto che il mondo della scuola è in sul piede di guerra e il PD deve stare ovunque si alzi una protesta, "dimostrando così la nostra forza".
A prescindere dal giudizio sugli "urlatori" bolognesi, è innanzi tutto questo tipo di atteggiamento ad essere pericoloso per il PD; se volessi essere maleducato quanto altri, direi che quelli che parlano così "sono portatori di una malattia mortale per la sinistra". Un po' perché rischiamo di farci ridere dietro, dato che l'adesione dei partiti non è gradita; ma soprattutto perché aderire a qualsiasi cosa si muova è esattamente il contrario di una dimostrazione di forza e capacità di leadership. È esattamente il contrario di quello che Gramsci chiamava "egemonia" e che sbaglieremmo a non provare ad attualizzare.
Qual è il senso ultimo di quella mobilitazione? Ce lo dicono gli organizzatori: "dire a chi governa: Attenzione! Vi state dimenticando dell'istruzione pubblica!". Ipotesi, questa, tutta da dimostrare. La carne messa al fuoco dal governo è molta, forse perfino troppa se commisurata al tempo che resta prima della fine della legislatura. Valutazione con il programma VALeS, riforma della governance a partire dalle proposte esistenti, un concorso che non valuti solo le competenze disciplinari e ringiovanisca il corpo insegnante, le linee guida per l'organico dell'autonomia e l'organico di rete di scuole, far terminare il percorso scolastico alla stessa età degli studenti europei e altro ancora.
Rispondere ad un progetto così impegnativo con le urla non è esattamente il modo migliore per accompagnare il cambiamento. E allora viene il dubbio che quel tipo di mobilitazione favorisca la conservazione. Si sta verificando proprio quell'effetto Gelmini che da riformisti paventavamo: predicare benino e razzolare malissimo ha prodotto non solo i danni diretti dei tagli fatti senza discernimento (che quindi penalizzano i più virtuosi), ma anche danni indiretti come il rafforzarsi di chi rifiuta il cambiamento e di chi ne ha paura: l'urlo di disperazione della scuola rischia così di trasformarsi in un urlo paralizzante di paura.
Oggi ci troviamo di fronte un ministro che predica meglio del suo predecessore (ma con parole d'ordine analoghe) e che promette di praticare assai bene. Per questo siamo in difficoltà proprio nei confronti di chi sente il bisogno di urlare. Se fin da subito (quest'urlo assomiglia molto alle mobilitazioni anti-Moratti che il centrosinistra subì) li avessimo sfidati con una piattaforma riformista autentica e coraggiosa saremmo oggi molto più forti e potremmo esercitare proprio quell'egemonia di cui parlava Gramsci. Il problema, non nascondiamoci dietro a un dito, è che la battaglia per l'egemonia del mondo più politicizzato e sindacalizzato della scuola i pochi di noi che l'hanno combattuta l'hanno probabilmente persa.
Che tristezza vedere dirigenti politici che minacciano di non votare una legge che hanno contribuito a migliorare solo perché porterebbe il nome di Valentina Aprea. Che tristezza leggere documenti che si arrampicano sui vetri (il PD è favorevole agli Istituti Comprensivi, ma contrario al provvedimento che li rende obbligatori; favorevole alla valutazione, purché sia facoltativa). Che tristezza vedere un partito accodarsi alle richieste sindacali di riaprire le graduatorie che un suo ministro aveva chiuso, andando contro il parere del governo che sostiene, o chiedere la stabilizzazione di decine e decine di migliaia di precari incurante del fatto che così per alcune materie non entrerà in classe un giovane per almeno dieci anni.
Tutto questo solo perché si preferisce dare risposte a chi urla più forte, rinunciando così a dare voce a chi sta in silenzio (chi rassegnato, chi deluso, chi affranto) e non ha rappresentanza: la scuola che vuole cambiare, i giovani che vogliono insegnare, i dirigenti, i docenti, i genitori e gli studenti che vogliono che quel luogo torni ad essere l'ascensore sociale che non è più da molto tempo.

Marco Campione. Socio e fondatore di Noveris Srl, si occupa di politiche formative. Ha scritto di politica scolastica su Europa e su alcune riviste on line del settore; è anche nella redazione de IMille. In segreteria del Pd lombardo, ha la responsabilità del settore Scuola e Università. Il suo blog è Champ's Version. Twitter: @marcocampione
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