Settimanale di propaganda riformista
numero 108 del 18 giugno 2013A conti fatti
Quando le opinioni sono numeri
Dagli all'untore?

Primo: il plurale "casi giudiziari" sta ad indicare che parlare di uno in particolare non è né appassionante né utile. Soprattutto non è utile "politicamente" e un partito, fino a prova contraria, dovrebbe occuparsi di "Politica" - possibilmente con le maiuscole - o col maiuscoletto.
Secondo: questo implica non affrontare la questione sotto il profilo "morale" e tantomeno "emotivo". Nello spazio pseudo - emotivo proprio del qualunquismo è fin troppo facile inserirsi, affittare i panni del don Chisciotte, peccato che stiano maledettamente stretti. Un partito non si occupa e non deve occuparsi, perlomeno direttamente di "morale". Si occupa di "etica", che è una cosa abbastanza diversa.
Terzo: l'etimologia aiuta, parecchio. Morale deriva da "mos", ossia costume ("mores", costumi). Nella forma neutra sostantivata plurale "moralia", assume il significato di "comportamenti", "condotte", "abitudini". " Etica" deriva da "ethos" e indica sostanzialmente " regola di condotta", intesa come norma generale applicabile a una serie di individui, di casi e di condotte. Dunque, i " moralia" - i comportamenti, intesi nella loro valenza " collettiva" e non il "mos", inteso come singola condotta, sono l'oggetto di osservazione da cui un soggetto politico muove per vincolare ad un'etica i propri appartenenti. Di conseguenza, chi più o meno scientemente confonde etica e morale non fa politica ma il suo esatto contrario. Analogamente, "caso" ha una radice etimologica che riporta ad " accaduto" ma anche a " caduta" " discesa". "Caso", " evento" come qualcosa che fornisce l'occasione di una riflessione etica e politica. Non moraleggiante e personalistica. Quest'ultima non contribuisce in alcun modo all'elaborazione di contenuti apprezzabili, ma rimuove la rilevanza " collettiva" dell' "etica", trincerandosi nel " noi siamo diversi" oppure " loro sono tutti uguali", per soffermarsi sul caso singolo, e trarne " a contrario" non una regola di condotta, ma un giudizio sintetico di corruttela dei costumi.
E allora cominciamo con l'evidenziare alcune "verità", tutt'altro che banali. Un partito per funzionare ha bisogno di risorse e chi si finge scandalizzato del collegamento azione politica - risorse umane e finanziarie, sbaglia. Queste, però, devono essere tracciabili e trasparenti, controllate rigorosamente tramite sistemi di vigilanza efficaci e meccanismi di corresponsabilità nella gestione delle risorse. Negli Stati Uniti esiste ed è regolamentato un meccanismo di finanziamento ai partiti anche da parte di "lobbies private". La differenza sta, ed è grande, nel fatto che l'opinione pubblica americana ha da tempo rinunciato culturalmente al " tabù" del finanziamento privato - regolamentato ovviamente - che da noi ancora costituisce causa ed effetto del dibattito politico sul tema. Allo stesso modo una normativa contraddittoria e lacunosa ha agevolato in molti casi comportamenti " border line" tra la sfera del lecito e l'"illecito" penale o amministrativo che fosse. E se è vero - com'è vero - che negli States e in altri Paesi dell'Ue è di prassi che un uomo politico interessato a vario titolo da vicende giudiziarie o reputate " eticamente" inopportune, si dimetta, bisogna pur cominciare col dire, che un momento dopo le dimissioni del soggetto interessato, sulla vicenda, per quanto attiene la sua oggettiva interessenza con la sfera pubblica e dell'opinione pubblica, scende quel silenzio che è funzionale alla dimensione del rispetto della sfera privata. Possiamo onestamente sostenere che in Italia accada lo stesso? Non sempre.
E ancora. Un partito che voglia reagire alle vicende giudiziarie, che investono la sfera dell'etica pubblica, non si ferma alla sanzione del singolo e non risolve né prendendo le distanze né lanciando generici j'accuse, in cui finiscono anche i panini ai gazebo, o le mele, tanto per restare sui generi alimentari. Guardare ai c.d. " casi giudiziari" in bianco e nero significa procedere ad un'operazione semplificatoria, che bypassa la discussione politica nel merito. Il manicheismo sta alla politica come Vishinskij e un certo metodo di lotta al processo accusatorio moderno e a una moderna dialettica democratica. Soprattutto è ciò che realmente allontana dalla politica, perché non risulta né convincente né persuasivo. A chi fa politica non si chiede perfezione, ma verità di linguaggio e " responsabilità" nell'accezione originaria e propria del termine. Esiste una verità "processuale", della quale ci si occupa nelle sedi giudiziarie e solo in quelle. Esiste una verità "soggettiva" e "particolare". Esiste poi una verità "politica". L'era berlusconiana ha segnato un passo nel superamento delle modalità di condurre le campagne elettorali, divenute sempre più costose, nelle modalità di creare e consolidare consenso, nelle modalità di amministrare, nella concezione della funzione dei partiti, spesso relegati a comitati elettorali permanenti in cui il rapporto tra eletti e organismi si è andato progressivamente sfilacciando fino a creare dualismi e sovrapposizioni, nel cui spazio residuo la politica è diventata sempre più spesso minuscola, con la ricerca del consenso tramite meccanismi di equilibrio interno fondati anche e soprattutto su un impiego spesso generoso e talvolta perfino percepito come eccessivo delle risorse a disposizione del partito e dei singoli candidati. La Seconda Repubblica è stata anche questo e sarebbe forse più utile interrogarsi sul rapporto spesso inverso tra risorse impiegate e direzione politica, venuta progressivamente a scemare, unitamente a un deficit di elaborazione culturale che rispondesse alla realtà in progresso e in divenire. Questa volta sarebbe bene andare oltre riunioni di " interna corporsi" inevitabilmente in cui difficilmente si sfugga alla tentazione " freudiana" di un'autoanalisi collettiva. Dubito, infatti, che gli elettori e simpatizzanti del Pd chiedano questo. In Ruanda, dopo la fine della guerra tra hutu e tutsi, i responsabili dei genocidi furono chiamati al rito purificatorio collettivo del processo davanti alla comunità. In quel contesto aveva un senso. Forse catartico. Ma pre - politico e pre - giuridico. E al Pd non basta e non può bastare. Se una forza politica ha la capacità di reagire affrontando di volta in volta le cause strutturali, di cui le vicende di cronaca e giudiziarie dei singoli sono solo una lente congiunturale di ingrandimento, allora la scommessa della novità di quella forza politica ha un senso necessario ed attuale. Gli eventi non sempre sono prevedibili, ma sempre, o si governano o si subiscono. Diciamo anche perciò che finora il Pd i c.d. "casi giudiziari" li ha subiti più che governati. Anche di questo sarebbe utile e politicamente opportuno domandarsi, con molta onestà intellettuale, le ragioni. E' arrivata l'ora che il Pd decida cosa vuol essere e scelga tra Freud e Hegel.

Alessia Parlatore. Avvocato amministrativista e giuslavorista, legale presso ente pubblico. Specialista in diritto comunitario internazionale. Ha lavorato con ONG e presso il Ministero degli Esteri. Si occupa di sanità, riforma della PA regionale e dei servizi pubblici.
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