Settimanale di propaganda riformista
numero 61 del 15 maggio 2012Le bombe intelligenti
Armi di riformismo di massa
La sfida di Maroni
La Lega di "seconda generazione"

L'autorizzazione a procedere contro Papa votata la scorsa settimana dalla Camera dei Deputati ne ha fatto un nuovo protagonista di primo piano della politica italiana. Stiamo parlando di Bobo Maroni, Ministro dell'Interno e ispiratore del voto della Lega Nord decisivo per la messa in stato di arresto dell'onorevole del PdL. Ma cosa c'è dietro al voto dei deputati lumbard, che contribuisce una volta per tutte - se ancora ce ne fosse bisogno - a mettere in chiaro quanto la maggioranza del governo Berlusconi sia fragile e puramente nominalista?
Non è una novità che nella Lega Nord sia in corso ormai da qualche mese una lotta per la successione nella leadership: da una parte, il cosiddetto "cerchio magico" di Briccola, Reguzzoni, Mauro (insieme al giovane "trota" e alla Sig.ra Marrone in Bossi), che dai tempi della malattia ha sempre più condizionato da vicino le scelte del capo del Carroccio; dall'altra, quella parte del partito - fatta di tanti militanti e quadri intermedi - che riconosce in Maroni la guida leghista adatta a gestire il dopo Bossi, una volta che quest'ultimo avrà deciso di passare la mano. La Lega di coloro che continuano a privilegiare il rapporto con Berlusconi e che interpretano il futuro in continuità con le scelte dell'attuale coalizione di governo, a fronte della Lega di coloro che intendono autonomizzarsi da Berlusconi e che immaginano per il proprio partito un futuro indipendente dalle sorti del PdL.
Le prime avvisaglie di questo confronto a distanza si erano già avute a Pontida, quando fra le fila dei militanti in festa campeggiava uno striscione inneggiante alla leadership di Maroni. Ma è nel voto di mercoledì scorso a Montecitorio che si manifestata espressamente quella nuova anima della Lega Nord, numericamente maggioritaria, che ormai risponde più al Ministro dell'Interno che al fondatore del partito.
A questo punto, però, i giochi si fanno davvero complicati, con una Lega nel pieno di una crisi politica senza precedenti, nella quale si combinano l'assenza di una linea con l'appannamento del proprio leader storico. E il confronto in atto fra Maroni e l'inner circle bossiano ne è l'epicentro, sia rispetto alle inevitabili conseguenze sugli assetti del gruppo dirigente, sia nei confronti delle prospettive future, sempre più esposte all'incertezza sul piano della tenuta di governo, così come delle alleanze in vista delle prossime elezioni. Le tensioni all'interno del Carroccio, così come fra Lega e PdL, sono peraltro destinate a crescere: la prossima settimana il Senato dovrà votare il decreto che rifinanzia le missioni militari all'estero e all'interno della Lega si è già aperto un nuovo fronte di discussione, con il viceministro Castelli che si è apertamente dichiarato contro la conferma dell'impegno italiano. La morte di un altro soldato italiano sul fronte afghano, inoltre, non fa che complicare la situazione, mettendo a disposizione della Lega un'appetibile opportunità per prendere le distanze dal governo Berlusconi. Senza dimenticare che questione morale e politica estera sono soltanto due delle diverse situazioni che, in questa fase politica, possono contribuire ad incrinare l'asse fra PdL e Lega: la questione dei rifiuti e le riforme istituzionali (dalla controversa "bozza Calderoli" alla revisione delle province), sono altri due terreni potenzialmente favorevoli al manifestarsi di altrettanto significative e possibili prese di distanza. E la disponibilità di Berlusconi, che si è manifestata anche recentemente su un atto puramente simbolico qual è l'apertura delle sedi decentrate di quattro ministeri a Monza (a proposito: bastano due stanze e quattro scrivanie a fare di una sede di rappresentanza?), non sembra sufficiente a calmare gli appetiti e le inquietudini leghiste.
La Lega si prepara alla successione di Bossi e sperimenta, per la prima volta nella sua storia, i costi della democrazia interna. Ciò peraltro avviene in presenza di una congiuntura economica e politica che lascia presagire le difficoltà conseguenti all'attuazione del federalismo fiscale, laddove la pressione sul reddito delle famiglie del Nord dovesse aumentare invece di diminuire, mettendo a dura prova quei ceti medi produttivi che in passato hanno rappresentato la spina dorsale del Carroccio e che oggi sono fra i soggetti duramente colpiti dalla crisi. Gli stessi riferimenti privilegiati del passato, sono ormai messi in discussione, com'è accaduto a Giulio Tremonti, storico interlocutore fra Bossi e Berlusconi, il cui potere personale negli ultimi mesi è stato così ampiamente ridimensionato, da rendere sempre più improbabile una sua candidatura alla guida del centrodestra per le prossime elezioni. Ed anche in questo caso Maroni ha giocato un ruolo determinante, contribuendo non solo a mettere in discussione la ben nota influenza del Ministro dell'Economia, ma anche a rappresentare gli interessi di quella parte consistente di elettorato leghista che non vuole sobbarcarsi i costi economici e sociali della manovra finanziaria necessaria a mantenere l'Italia in Europa.
Non vi è dubbio che Maroni rappresenti la punta più avanzata di un leghismo di seconda generazione che, attraverso la messa in crisi del rapporto con l'attuale premier, si propone di riposizionare strategicamente il Carroccio nello scenario politico del post-Berlusconi, sforzandosi di rinnovare le ragioni di una rappresentanza politica di una parte del Nord in grado di sopravvivere al tramonto della leadership di Bossi. Ma avrà la forza per realizzare questo obiettivo? Le rassicurazioni offerte in queste ultime ore dallo stesso Ministro dell'Interno, che si dice indifferente ai richiami di quanti, nel centrodestra così come nel nascente Terzo polo, lo indicano come prossimo possibile capo del governo, lasciano ovviamente il tempo che trovano. La lotta per la successione, specie in un partito ancora sotto l'influenza carismatica personale del suo fondatore, è certamente molto insidiosa e difficile. Molti, forse troppi, galli nel pollaio ambiscono a conquistare il comando della Lega Nord. Ed un po' di prudenza certamente non guasta.
Per l'intanto, Maroni si accontenta di incassare i primi risultati positivi di un aspro confronto interno ai gruppi parlamentari sull'autorizzazione a procedere nei confronti di Papa. E si prepara ai passaggi successivi, forte di un consenso che nella base leghista appare in crescita, facendo soprattutto leva sulla progressiva presa di distanza da Silvio Berlusconi e da quella parte di PdL che, prigioniera dell'orizzonte politico dell'ultimo decennio, sembra ormai rassegnata ad accompagnare il proprio leader verso un lento ma inesorabile declino.
In prospettiva, il dibattito interno alla Lega Nord riguarderà soprattutto la definizione del complesso insieme di interessi, aspettative e bisogni che il Carroccio intende rappresentare in futuro, nel momento in cui la lunga fase di governo del centrodestra che ha attraversato il primo decennio degli anni Duemila, e che ha visto la Lega alla guida del paese insieme a Berlusconi, sembra volgere inevitabilmente al termine. I prossimi mesi saranno quindi decisivi per comprendere se Maroni sarà in grado di condurre il suo partito fuori dalle secche di questa Legislatura.
La posta in gioco è molto alta. Essa infatti riguarda il consolidamento del federalismo - sul piano fiscale e istituzionale -, la costruzione di una nuova classe dirigente capace di rappresentare una parte significativa dei ceti produttivi del Nord, il rapporto fra politica ed economia nella parte più sviluppata del paese, l'uscita dall'attuale crisi economico-finanziaria, la costruzione delle alleanze in vista delle prossime elezioni politiche, oltre all'eventuale riforma della legge elettorale. Un riposizionamento strategico a tutto tondo, i cui esiti non possono ancora darsi per scontati, poiché lo scenario attuale, malgrado tutto, continua ad alimentarsi delle fragili ancorché incontrastate leadership di Berlusconi e Bossi. E di ciò Maroni sembra essere consapevole.

Luciano Fasano. Insegna Scienza politica e Processi decisionali all'Università di Milano. VRF all'ELSE dell'University College London. Responsabile dell'Osservatorio SISP sulle primarie. Fa parte della Segreteria provinciale del PD di Milano e della Presidenza nazionale di Libertàeguale. Twitter: @lmfasano66
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