Settimanale di propaganda riformista
numero 61 del 15 maggio 2012A letto con Marx
Il primo amore non si scorda mai
Penati e il giorno della marmotta del Pd

La vicenda giudiziaria che vede coinvolto Filippo Penati seguirà il suo iter e ci auguriamo che possa concludersi brevemente dimostrando l'assoluta estraneità dell'esponente democratico ai fatti contestati. Sarebbe stato preferibile che avesse fatto subito il gesto che ha compiuto ieri (le dimissioni da Vicepresidente del Consiglio), ma la parabola delle accuse che hanno investito Ottaviano Del Turco (per fare solo un esempio) è lì a ricordarci che qualunque ulteriore atto (le dimissioni da consigliere regionale) non ha al momento alcun senso e che ogni illazione sul Pd che "non poteva non sapere" sia quanto meno prematura (e sorprende che tanta superficialità sia venuta prima dalle colonne del Corriere della Sera che da quelle del Fatto). La frase "ogni persona è innocente fino a prova contraria" non può essere solo una formula vuota: affermare questo principio è un fatto etico e morale che deve guidare il comportamento di ciascuno di noi; essere fedeli a quel principio è faticoso, come è sempre faticoso essere fedeli a qualcosa, ma è anche questa fatica che rende i nostri comportamenti degni di quei principi.
A prescindere da come la si pensi e da come si svilupperà la vicenda giudiziaria di Penati è però di futuro che dovremmo discutere, anche per evitare di ripetere gli errori del passato. Tutto ciò di cui si discute oggi era ben presente anche ai tempi di Tangentopoli, anzi anche da prima (è impressionante ad esempio come alcune pagine del Memoriale di Aldo Moro sulle modalità di finanziamento della politica sembrino scritte oggi). Nessuno sa se siamo di fronte ad una nuova Tangentopoli, ma è certamente vero che la reazione della politica sembra essere identica a quella di allora; ci si divide per lo più tra chi sembra incitarla ad arroccarsi in difesa di se stessa e chi vuole cavalcare l'onda, sperando di accelerare così la propria ascesa al potere: siamo nuovamente a Craxi e Occhetto, con l'unica novità che sono entrambi dentro al Pd. Sappiamo oggi che entrambe le opzioni risultarono perdenti: nessun Craxi e nessun Occhetto hanno infatti segnato il successivo ventennio, ma un po' di buon governo ciampian-prodiano (il minimo indispensabile per salvare il Paese dalla bancarotta e accompagnarlo in Europa) e tanto tanto Berlusconi.
Allora si decise di nascondere la testa sotto la sabbia e far finta di non vedere quali fossero i nodi da sciogliere (la trasparenza dei rapporti tra la politica e gli altri interessi, il finanziamento della politica). Con la conseguenza che quella rimozione ha portato il problema ad incancrenirsi: anche a prescindere da eventuali illeciti, il costo diretto e indiretto della politica a carico del contribuente è certamente aumentato (rimborsi elettorali che prescindono dalla durata della legislatura, moltiplicazione degli enti nei quali inserire amici e funzionari a prescindere dalle competenze, sovvenzioni alla stampa di partito ecc.). E così oggi fa molto più rumore un finto precario che denuncia i privilegi della cosiddetta casta, senza peraltro svelare nulla di nuovo, del buco di bilancio miliardario del San Raffaele di Milano.
Il risultato è che la politica vede limitata la propria autonomia non solo dalla magistratura, ma anche - parafrasando Sciascia - da certi professionisti dell'anticasta. In entrambi i casi non è "colpa" di chi legittimamente esercita la propria funzione (è comunque auspicabile che vengano accolti i ripetuti appelli alla misura e alla riservatezza fatti dal Capo dello Stato) o altrettanto legittimamente desidera vendere qualche copia in più del suo ultimo tagliaecuci di atti processuali. Non si può chiedere a questi soggetti di avere a cuore l'autonomia della politica: essa dovrebbe essere l'obiettivo della politica; in particolare di chi vuole uscire da questa coazione a ripetere a cui sembra condannata l'Italia.
Sembra di essere in quel film dove il protagonista si risveglia ogni mattina costretto a rivivere il suo "giorno della marmotta". Ma nessuna maledizione ci ha condannato a questo: se vogliamo evitare di ritrovarci tra alcuni anni a discutere nuovamente delle stesse cose (i costi e il costo della politica, il rapporto tra politica ed economia, la distinzione tra potere esecutivo, legislativo e giudiziario, il rapporto con il quarto e il quinto potere…) dobbiamo immaginare strade nuove, altrimenti - se ci ostiniamo a seguire strade già percorse - non si vede perché dovremmo pretendere di giungere in lidi differenti.
Anche per questo era nato il Pd. Un partito che prendesse coscienza definitivamente (a partire dalla propria organizzazione interna e dal proprio rapporto con la società) che eravamo entrati in un'epoca nuova. La discontinuità con il passato più importante non era quella "ideologica" (già i Ds e la Margherita erano per lo più partiti post-ideologici), ma quella organizzativa: Codice Etico, trasparenza di rapporti con il potere economico, primarie (e dunque maggior coinvolgimento dei cittadini a scapito degli iscritti), uno Statuto molto innovativo per quel che riguarda l'accountability, la limitazione del numero di mandati, il conflitto di interessi e la trasparenza dei meccanismi di finanziamento dei singoli e dell'organizzazione. In altre parole, avevamo dato vita - almeno sulla carta - ad un partito aperto e contendibile, massima garanzia contro possibili degenerazioni e rendite di posizione che possono favorirle.
Mi sarei aspettato che di fronte ai fatti di questi giorni ci si richiamasse a quello spirito originario per rivendicare la necessità di farlo vivere pienamente (non più solo sulla carta) e tentare così soluzioni nuove, anche legislative, per situazioni che si stavano riproponendo uguali a se stesse. Lo ha fatto Bersani nella sua lettera al Corriere di oggi, non lo hanno fatto né Rosy Bindi, né paradossalmente alcuni dei dirigenti appartenenti alla cosiddetta nuova generazione (quella dei quarantenni e quella dei "nativi democratici": coloro i quali peraltro avranno l'onore e l'onere di contendersi la leadership dei prossimi anni).
Il modo in cui alcuni di questi hanno affrontato i "casi" Penati e Tedesco preoccupa proprio perché - salvo pochissime eccezioni - si sono ben guardati dal provare a percorrere quella strada nuova che i nostri "padri" avevano pallidamente tracciato dando vita al Pd. Hanno preferito rifugiarsi in reazioni già viste tante volte: la richiesta di dimissioni senza se e senza ma, la rivendicazione di una presunta superiorità morale, l'uso a fini di battaglia politica interna dei guai giudiziari altrui...
Condannando così tutti noi e il Paese a rivivere ancora una volta un triste giorno della marmotta.

Marco Campione. Socio e fondatore di Noveris Srl, si occupa di politiche formative. Scrive su iMille, ScuolaOggi, Education 2.0 e IlSussidiario. Il suo blog è Champ's Version. Ha ricoperto incarichi di direzione nei Ds di Milano. Membro della segreteria del Pd lombardo con la responsabilità del settore Scuola e Università. Twitter:@marcocampione
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