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Settimanale di propaganda riformista

numero 61 del 15 maggio 2012

Le bombe intelligenti

Armi di riformismo di massa

L'abbraccio mortale di Vendola e Di Pietro

martedì 28 giugno 2011. Categoria: Le bombe intelligenti, Autore: Luciano Fasano

L'abbraccio mortale di Vendola e Di Pietro

Ma quanto può giovare, al PD, l'abbraccio di Vendola e Di Pietro? Stando alle ultime indagini demoscopiche, sembra che il Partito Democratico possa finalmente tornare a vincere le elezioni politiche. Come ha scritto in questi giorni Roberto D'Alimonte su Il Sole24ore, i numeri dicono chiaramente che in questo momento una coalizione PD-Sel-Idv sarebbe in grado di ottenere la maggioranza relativa dei voti alla Camera dei Deputati. È vero che condizione necessaria per questo risultato è che la destra si presenti divisa. In questo senso, più che di un radicale cambiamento nelle scelte degli elettori, come lascerebbe intendere l'idea per cui "il vento è cambiato", potrebbe trattarsi del successo di una sinistra unita, anche se ancora minoritaria, rispetto ad una destra ancora maggioritaria ma divisa. Ma è altrettanto vero che, da un lato, la crescente debolezza di Silvio Berlusconi, dall'altro, l'indeterminatezza del progetto politico alla base del Terzo polo, potrebbero fare il gioco di una sinistra capace di mobilitare tutto il suo elettorato e, quindi, risultare vincente.

Resterà poi da capire come comportarsi al Senato, dove è assai probabile che il responso delle urne non sia in grado di produrre una maggioranza e dove, però, la coalizione PD-Sel-Idv potrebbe sperimentare un'alleanza con il Terzo polo, in modo tale da ridimensionare anche l'eventuale peso eccessivo delle proprie componenti più radicali. Fin qui le valutazioni di D'Alimonte. Alle quali, però, occorre aggiungere quelle di Paolo Natale, che in un recente articolo su Europa ha messo in luce come il PD sia oggi costretto a scontare una scarsa fiducia dell'elettorato (non solo dei fans degli attuali partiti di governo, ma anche di una parte consistente degli elettori di Sel, Idv e dello stesso PD) rispetto al fatto di essere il partito più adatto per guidare la costruzione di una credibile alternativa di governo.

Riflettendo sulle analisi di questi due studiosi, viene immediatamente da pensare che il PD sia vittima di un paradosso: se da un lato può sembrare un partito in grado di vincere le prossime elezioni, e soprattutto di gestire la costruzione di un'alleanza molto ampia, che vada da Sel al Terzo polo (anche se a due velocità, tra Camera e Senato), dall'altro continua ad apparire come un partito privo di un solido profilo di governo, e di conseguenza non appare in grado di guidare una coalizione in grado di rappresentare una credibile alternativa al centrodestra.

Se così stanno le cose, è evidente quanto la costruzione delle alleanze future debba essere condotta con prudenza, al fine di evitare che un'eventuale intesa con Vendola e Di Pietro si trasformi in un abbraccio mortale. Le ultime elezioni amministrative, del resto, hanno permesso al PD - eccezion fatta per Napoli - di cogliere un buon risultato, mentre hanno relegato l'IdV e Sel - malgrado la vittoria dei propri candidati Sindaco in realtà importanti come Milano, Napoli e Cagliari - in un ruolo sostanzialmente marginale. Perciò sia Vendola sia Di Pietro sono passati immediatamente al contrattacco. Il primo ha proposto a Bersani la costruzione di una casa comune della sinistra, proprio mentre lo criticava duramente per le improvvide aperture del PD verso la Lega. Il secondo si è detto disponibile al dialogo con Berlusconi e il centrodestra su un pacchetto di riforme nell'interesse del paese, sollecitando al tempo stesso Bersani e il PD a prendere l'iniziativa per preparare l'alternativa di governo. Non occorre essere raffinati osservatori per rendersi conto di come Sel e Idv stiano cercando di lasciare Bersani con il cerino in mano. E di fronte a questa situazione, il PD che fa? Bersani pensa forse di limitarsi a fare da notaio ad una coalizione di cui già oggi si delinea con chiarezza lo straordinario potere di veto di cui potrebbero disporre Vendola e Di Pietro? Non è forse il caso di passare al contrattacco, misurando fin d'ora questi potenziali alleati nel merito delle loro proposte?

Prendiamo Vendola: da qualche settimana va denunciando l'uso disinvolto delle etichette ideologiche di riformista, radicale e moderato, sostenendo che la cultura riformista sia stata costretta ad ammainare le proprie bandiere sull'energia e sull'acqua, sulle liberalizzazioni così come su quello che a suo avviso sarebbe il nefasto liberismo socialista che, da Zapatero a Blair, ha segnato negativamente la vicenda politica europea degli ultimi quindici anni. Ma dietro alle immagini evanescenti e un po' confuse del governatore della Puglia, non sembra intravvedersi nessuna concreta proposta di governo. E quando dice che anche la sinistra radicale dovrebbe rendersi conto dell'insostenibilità del vecchio sistema di welfare, non si capisce su quali presupposti si dovrebbe basare la riforma di quel sistema, se non sulle scelte a suo tempo sperimentate con successo proprio dalle esperienze che lui oggi così tenacemente critica.

E che dire di Di Pietro: con la sua smania di essere un passo avanti rispetto agli altri, si produce in una critica di quello che fino a ieri era la sua stella polare, quell'antiberlusconismo che alle ultime elezioni politiche tanti consensi gli ha portato, e che oggi sarebbe disposto a sacrificare per il bene del paese, lasciando intendere che se il governo Berlusconi dovesse proporre alcune riforme (l'aumento delle aliquote fiscali per le rendite finanziarie e il taglio delle imposte sul lavoro, congiuntamente all'abolizione delle Province) lui potrebbe anche sostenerle. Un Di Pietro che, da "forcaiolo" quale è sempre stato, oggi ambisce a darsi una veste liberaldemocratica, richiamando il PD all'impegno nella costruzione di un'alternativa di governo capace di andare oltre il puro e semplice attacco a Berlusconi, che a suo dire oggi non sarebbe più sufficiente.

Anche la scelta dei temi, da parte dei leader di Sel e Idv, non appare improvvisata: entrambi coltivano l'ambizione di incalzare sia il governo che il PD; entrambi criticano il PD sulle scelte energetiche e le liberalizzazioni; e ispirandosi ad una sorta di divisione del lavoro, Di Pietro difende la Lega dei Sindaci, degli assessori e dei militanti sul territorio, condividendo le scelte del ministro Maroni sulla sicurezza, così come Vendola attacca il Carroccio delle campagne sicuritarie, delle ronde padane e della caccia ai Rom, valorizzando i suoi ottimi rapporti con l'UdC e le forze centriste, dall'esperienza nel consiglio regionale pugliese alla scelta di Tabacci come assessore al Bilancio della giunta Pisapia. Obiettivo comune dei due: mettere in mezzo Bersani e il PD.

Se le premesse di una possibile alleanza con Idv e Sel sono queste, è chiaro come ci sia poco da stare allegri. Il PD nei prossimi mesi è atteso ad un importante banco di prova: non solo la costruzione di una coalizione alternativa al centrodestra, ma anche - se non soprattutto - la definizione del proprio profilo politico-culturale come credibile forza di governo, capace di rappresentare e mediare gli interessi, i bisogni e le aspettative di larga parte dell'elettorato italiano: di coloro che già oggi si riconoscono nel centrosinistra, così come dei tanti elettori delusi dal centrodestra. Le scelte di Bersani e del suo gruppo dirigente saranno al centro dell'attenzione dell'opinione pubblica, come già oggi dimostrano i commenti per nulla lusinghieri sulla Conferenza nazionale per il lavoro, che hanno messo in luce l'incapacità del PD di onorare con linearità di comportamenti quella cultura liberal-socialista che ne aveva caratterizzato la nascita e la prima fase di vita.

Chiudersi in un'asettica logica delle alleanze, che privilegi il solo calcolo strumentale del consenso, senza dare forma ad una proposta riformista in grado di sottrarsi a quello che già oggi si prefigura come il gioco dei veti incrociati di Di Pietro e Vendola, significa condannarsi ad un ruolo da comprimario. E con ciò mettere a repentaglio la stessa possibilità di vittoria alle prossime elezioni politiche. Bersani è avvertito: se non vuole finire ostaggio di Vendola e Di Pietro, deve restituire al PD il suo spirito originario, facendone un partito capace di rappresentare davvero il paese nella sua complessità. Così che le torsioni strategiche e verbali di Vendola e Di Pietro possano apparire per quello che realmente sono: l'altra faccia, decadente e fragile, di quel berlusconismo che la società italiana vuole finalmente lasciarsi alle spalle.

Luciano Fasano

Luciano Fasano. Insegna Scienza politica e Processi decisionali all'Università di Milano. VRF all'ELSE dell'University College London. Responsabile dell'Osservatorio SISP sulle primarie. Fa parte della Segreteria provinciale del PD di Milano e della Presidenza nazionale di Libertàeguale. Twitter: @lmfasano66

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