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A conti fatti

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Eni-Snam: la separazione che fa bene all'Italia

lunedì 9 maggio 2011. Categoria: A conti fatti, Autore: Federico Testa & Carlo Stagnaro

Eni-Snam: la separazione che fa bene all'Italia

Il 3 marzo 2011 è scaduto il termine per il recepimento del "Terzo pacchetto" di direttive comunitarie sul settore dell'energia, che interessa direttamente il lungo dibattito sulla separazione proprietaria tra Eni e Snam rete gas.

Eni è una multinazionale controllata dallo Stato e attiva lungo tutta la filiera dell'oil & gas e nella produzione, distribuzione e vendita di energia elettrica. Limitatamente al gas, Eni possiede o controlla tutti i gasdotti internazionali attraverso cui l'Italia importa metano, uno dei due terminali di rigassificazione attualmente funzionanti e ha una quota di mercato dell'85% nella produzione nazionale di metano e del 49,5% nelle importazioni nette.

Il "Terzo pacchetto" prevede, nel caso di Eni, tre soluzioni: la separazione proprietaria, il gestore di sistema indipendente (Iso) o il gestore di trasmissione indipendente (Ito). Numerosi documenti della Commissione e del Parlamento europeo esprimono una netta preferenza per la separazione proprietaria, qualificando esplicitamente Iso e Ito come "compromessi". Una simile conclusione è stata sostenuta dall'Autorità per l'energia elettrica.

La separazione proprietaria prevede l'impossibilità, per qualunque società abbia interessi nei segmenti concorrenziali del mercato, di avere interessi nei segmenti regolati e nel trasporto nazionale. In Italia questo modello è stato seguito nel caso di Terna, che possiede e gestisce la rete di trasmissione elettrica, ed è stata sottratta a qualunque conflitto di interesse esplicito.

La preferenza per la separazione proprietaria non deve tanto essere ricercata nell'obiettivo di garantire accesso paritario all'infrastruttura a tutti i concorrenti, quanto in altre considerazioni, relative prevalentemente al tema degli investimenti ed allo sviluppo delle infrastrutture stesse.

Mentre è relativamente semplice monitorare sulla corretta applicazione dei principi di third party access, è molto meno scontato giudicare se la strategia di investimento di un gestore di rete segua effettivamente gli orientamenti del mercato, o se piuttosto non risponda a interessi del suo azionista. In questo senso, la separazione proprietaria "evita che l'incumbent possa ostacolare l'attività dei diversi operatori che intendono vendere servizi alla clientela finale" [1].

Per riassumere, "la Commissione europea ha progressivamente spostato le sue preoccupazioni dalla garanzia dell'accesso alla rete al problema degli investimenti. Da questo punto di vista è realistico attendersi che un gestore-proprietario di infrastrutture integrato limiti i propri investimenti (magari invocando le difficoltà autorizzative) se ciò rientra nell'interesse della società controllante. Dunque è piuttosto quando vi è una forte necessità di rafforzare o espandere la rete nazionale o il sistema di stoccaggio o di aumentare le interconnessioni interne all'Ue e che questo non sia nell'interesse della società integrata, che si può senz'altro auspicare la separazione proprietaria" [2].

La ragione per cui una separazione proprietaria può sprigionare effetti tanto macroscopici va cercata nel messaggio che, implicitamente, manda ai newcomer. Infatti, in presenza di un soggetto verticalmente integrato essi sono indotti a sospettare che la sua gestione sia, o possa essere, sensibile agli interessi dell'incumbent. Questa eventualità semplicemente non esiste in regime di separazione proprietaria. Quindi, più ancora degli impatti sulla concorrenza attuale, sono quelli sulla concorrenza potenziale a determinare il cambiamento.

In altri termini, il grande vantaggio dell'ownership unbundling è che esso allinea l'interesse del gestore della rete a quello generale, laddove una rete verticalmente integrata potrebbe razionalmente rinunciare a massimizzare i suoi ricavi, per consentire l'estrazione di una rendita monopolistica a monte o a valle. Inoltre, le forme "deboli" di separazione implicano un'attività regolatoria più aggressiva, con due gravi rischi: il rischio di cattura del regolatore (o comunque di regolazione inefficiente a causa, tra l'altro, delle inevitabili asimmetrie informative) e il rischio di una eccessiva variabilità, quindi incertezza, regolatoria. Rischio destinato a produrre effetti sistemici di disincentivazione degli investimenti e, dunque, di riduzione della concorrenza sia attuale sia potenziale. Questi timori sono confermati dall'esperienza recente, anche italiana, e da altre ragioni teoriche o empiriche [3].

Il recepimento del "Terzo pacchetto" può essere l'occasione per far fare un deciso salto di qualità al mercato. L'attuale quadro determina una zavorra competitiva per le nostre imprese, chiamate a scontare le inefficienze del mercato del gas, e riduce le opportunità di investimento in un settore cruciale. Esso conviene solo alla tutela della rendita monopolistica sfruttata dall'incumbent, che però in questo modo rinuncia a una serie di opportunità di crescita secondo altre direttrici.

Una versione più ampia di questo articolo è in uscita su Management delle utilites


[1] PROSPERETTI, L. (2003). "Benefici e costi di una separazione strutturale tra rete e servizio", L'Industria, no.2, pp.205-222.

[2] DE PAOLI, L. (2011). "La rete e l'interesse generale", Staffetta Quotidiana, 11 febbraio 2011.

[3] REBECCHINI, S. (2010). "La concorrenza nelle reti di trasmissione dell'energia: Italia ed Europa di fronte a un crocevia", in RABITTI BEDOGNI, C. e BARUCCI, P. (a cura di), 20 Anni di Antitrust, Torino, Giappichelli.

Federico Testa & Carlo Stagnaro

Federico Testa. Ordinario di economia aziendale presso l'Università di Verona e membro Pd della Commissione Attività produttive della Camera.

Carlo Stagnaro. Direttore ricerche e studi dell'Istituto Bruno Leoni.

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