Settimanale di propaganda riformista
numero 108 del 18 giugno 2013Visti da qui
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La nuova politica estera egiziana

«You can't make a war in the Middle East without Egypt»: Henry Kissinger, influente Segretario di Stato delle amministrazioni Nixon e Ford, sintetizzava così l'importanza strategica di allontanare il Cairo dalla partita arabo-israeliana. Così, grazie agli sforzi diplomatici seguiti alla guerra dello Yom Kippur, il quarto scontro militare con Israele in soli quindici anni (1948-1973), l'attenzione dell'Egitto fu lentamente spostata verso ovest. Il riconoscimento dello stato di Israele, la conseguente sospensione decennale dalla Lega Araba, i continui giri di vite contro la capillare organizzazione della Fratellanza Musulmana, la crescente influenza nei confronti dell'Università al-Azhar, prestigioso centro di insegnamento religioso dell'islam sunnita, la collaborazione con Israele nel recente blocco di Gaza, solo per fare alcuni esempi, hanno via via alienato l'Egitto dal centro della scena mediorientale.
In tal senso, le dimissioni del presidente Hosni Mubarack dello scorso 11 febbraio, ed il conseguente riallineamento dei soggetti politici egiziani, potrebbe aprire una nuova fase di politica estera. La notizia della prossima settimana, infatti, sarà l'incontro al Cairo fra Mahmoud Abbas e Khaled Mashal, ovvero i leader delle due più importanti fazioni palestinesi, rispettivamente al-Fatah e Hamas, per quello che già viene definito un "accordo di riconciliazione". Al di là di quelle che potranno essere le sue ricadute sui rapporti tra Autorità Palestinese ed Israele, l'accordo è un chiaro indice della volontà egiziana di tornare a sedere al tavolo delle potenze d'area.
Inserirsi nella questione palestinese, infatti, è la prima mossa di tutti i governi mediorientali che aspirino a conquistare i cuori e le menti dell'opinione pubblica araba. In questa operazione l'Egitto è chiamato a smarcarsi da Washington e Tel Aviv, pur tentando di non urtare eccessivamente la confinante Israele per non compromettere la propria sicurezza nazionale. E' lecito, dunque, immaginare una minore ermeticità dei valichi di Gaza, ma non un esplicito supporto militare o logistico nei confronti di Hamas.
A questo sforzo, il governo del Cairo dovrà necessariamente affiancare un serio rafforzamento della propria sicurezza interna, oltre che confrontarsi con Turchia ed Iran. Nella prima direzione vanno sia gli aiuti offerti ai ribelli libici in termini di armamenti ed addestramento in cambio di una frontiera occidentale meno impermeabile sia un ruolo di primo piano nella costruzione della nuova entità statale del Sudan meridionale che non metta a rischio il finora agevole accesso alle acque del Nilo e la produttività del canale di Suez.
Per quanto concerne il secondo punto, invece, gli sforzi egiziani saranno tesi al ristabilimento delle relazioni diplomatiche con Teheran, interrotte sin dal 1979. Mentre i rapporti di collaborazione e cooperazione, con il governo turco sono in uno stadio abbastanza avanzato, infatti, lo stesso non può dirsi per quelli con l'Iran. Prima che l'interesse egiziano nei confronti della tecnologia nucleare iraniana possa concretizzarsi, dunque, sarà necessario salire ogni singolo gradino. In tal senso, l'instaurazione di voli diretti tra il Cairo e Teheran e il nulla osta all'attraversamento del canale di Suez da parte di navi iraniane non sono che un preludio alla riapertura delle rispettive sedi diplomatiche.
In sintesi, l'impressione è che, quale che sia il governo che le elezioni del prossimo settembre consegneranno all'Egitto, questi vorrà e dovrà giocare un nuovo ruolo nell'area mediorientale.

Giuseppe Gioseffi. Dopo aver discusso una tesi sul ruolo dell'Iran nello scacchiere mediorientale, ha collaborato con il Centro Studi per la Riforma dello Stato e con l'Ambasciata d'Italia a Teheran. Oggi si occupa di relazioni istituzionali e comunicazione.
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