Settimanale di propaganda riformista
numero 108 del 18 giugno 2013Le bombe intelligenti
Armi di riformismo di massa
Il caso del Pd Veneto

Che succede al Pd Veneto? Nel giro di pochi mesi se ne sono andati due consiglieri regionali ed un parlamentare. Non metto nel conto l'on. Calearo. Non faceva parte della storia che dall'Ulivo ci ha portato al Pd. Non è una questione politica: riguarda il buon gusto. Ma problemi politici ce ne sono se se ne va il consigliere regionale Bottacin, ultimo segretario regionale della Margherita veneta, il sen. Fistarol, fondatore con Cacciari del Movimento dei Sindaci (a proposito, pure Cacciari ha cessato la sua inquieta militanza), il consigliere regionale Causin, primo degli eletti a Venezia e vicesegretario regionale del Pd fino a poche settimane fa. Tutte persone che sul Pd hanno investito.
Finora prevalentemente il gruppo dirigente regionale ha preferito rubricare la vicenda sotto la voce trasformismo ed opportunismo. Cosa molto consolante, ma non molto conveniente per capire. Converrebbe considerare che se dirigenti sperimentati se ne vanno forse è anche perché avvertono che se ne sono andati pezzi consistenti di elettorato: seguono un popolo più che guidarlo. Soprattutto sul territorio si è molto indebolita la trama di militanti capaci di rappresentare quel Veneto moderato (termine sempre generico, ma ci capiamo cosa vuol dire) che è pur sempre il tessuto connettivo della regione, che capisce poco o nulla delle parole d'ordine e della presenza organizzata della tradizione della sinistra classica.
I danni che fanno queste uscite non sono tanto interni al partito. Anzi la reazione di quelli che restano, anche di provenienza popolar-cattolica, è piuttosto di orgoglio rinnovato e di riprovazione per il "tradimento" della causa. I danni si fanno fuori, sulla credibilità del Pd per chi si sta guardando attorno, prendendo atto dell'inettitudine di governo di Berlusconi, del "sotto il vestito niente" dopo un anno del governorato leghista di Luca Zaia. Magari vorrebbero guardare verso il Pd, ma queste uscite accreditano l'idea che il Pd non sia quel soggetto riformista su cui puntare.
A saperci fare resta comunque un'opportunità, ma cresce un rischio. L'opportunità è che queste uscite in realtà non consolidano una alternativa. "Verso Nord" presentato in pompa magna come nuovo soggetto territoriale non decolla, non è riuscito per niente ad interessare quadri in uscita dal PdL, e vivacchia pensando ad un rapporto di convenienza ma non di reciproco amore con l'UdC.
Il rischio è dato dal fatto che la crisi drammatica dela PdL veneta, erosa in modo consistente dalla Lega porta il gruppo dirigente pidiellino a ricercare in ogni modo un ampliamento della propria base insediativa e potrebbe quindi essere interessato ad un passaggio diretto di personale politico dal Pd alla PdL. Un po' incomprensibile fuori dal Veneto, ma realistico nel Veneto, specie se Galan, rafforzato con un Ministero di peso, si decidesse ad assumere un po' di leadership in funzione antileghista.
Che fare? Nel Veneto come a Roma la risposta è sempre la stessa. Semplicemente fare il Pd. Il partito dei riformatori e degli innovatori. I voti verrebbero, e parecchi. Dipende se ne abbiamo voglia o preferiamo coltivare l'orto sicuro ma angusto di una minoranza rispettabile ma ininfluente. In questo caso tutta la riorganizzazione del sistema politico dell'età post berlusconiana avverrebbe nell'area del centrodestra, UdC e dintorni inclusa. Ma assisteremmo ad uscite di massa dal Pd Veneto. E' questo che si vuole?

Paolo Giaretta. Senatore dal '96, è stato sindaco di Padova, sottosegretario alla Sviluppo economico e primo Segretario del Pd Veneto. È stato dirigente della Camera di Commercio di Padova e funzionario della Regione Veneto. Gli piace andare in bicicletta, ascoltare Mozart, leggere Jorge Amado.
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