Settimanale di propaganda riformista
numero 104 del 22 maggio 2013Visti da qui
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Quel leader per cui "right" non significa più "destra"

I recenti cicli politico-elettorali in Gran Bretagna sembrano spesso definirsi, nella loro alternanza tra Conservatori e Laburisti, intorno alla figura di un leader 'riconciliatore' che media gli interessi di parte e (talvolta) di classe, invocando una rinnovata unità di popolo contro i danni della politica. Come la Thatcher, nel 1979, auspicava una rinascita nazionale contro la disintegrazione sociale e i conflitti industriali, rappresentati da sindacati oltremodo potenti e disgreganti e dal baratro del winter of discontent, così Tony Blair, nel 1997, metteva fine al conflitto di classe, facendo della cooperazione tra pubblico e privato e della parola partnership la chiave di volta dell'offerta politica neolaburista al cospetto dell'economia globale.
David Cameron non ha raggiunto, con la vittoria del 2010, un risultato schiacciante quanto i suoi summenzionati predecessori, ma senza dubbio è riuscito a imporsi come leader conciliatore. In particolare, neo-alfiere di una ricostruzione sociale di marca Tory che testimonia l'innovazione intrapresa dal suo partito, con qualche anno di ritardo rispetto agli avversari laburisti. Innanzitutto innovazione generazionale: se Blair diventa party leader nel 1994 a 41 anni, Cameron ha 39 anni quando viene eletto nel 2005. Subito, dopo la terza sconfitta elettorale contro Blair, la modernizzazione del partito viene annunciata senza mezzi termini: i conservatori non rappresentano soltanto riduzione delle tasse e libertà economica, ma anche giustizia sociale e rafforzamento delle comunità.
E così, a distanza di quindici anni, assistiamo a due svolte epocali della politica britannica, almeno di una politica significata attraverso le parole, se non compiutamente realizzata nei fatti. Blair fa compiere una brusca sterzata al suo partito e introduce a Singapore, nel 1996, la sua visione di una stakeholder economy. La rinascita economica del Regno Unito veniva scorta nella prospettiva di un coinvolgimento morale e materiale dei cittadini britannici e di un cambiamento nel loro rapporto con il sistema di welfare. Nel 2011, invece, Cameron invoca con forza la big society, vale a dire l'idea di devolvere potere dal governo centrale alle comunità locali per rafforzare il loro senso di autonomia, responsabilità e appartenenza nazionale.
Le critiche passate alla stakeholder economy blairiana e attuali alla big society di Cameron, che qui non possiamo ripercorrere, non possono nascondere un significato politico profondo. Il leader di sinistra che parla di mercato globale ed economia della conoscenza nel 1996 e il leader di destra che argomenta, nel 2010, di people power e costruisce la sua personale prefazione al programma elettorale intorno alla parola together - insieme - sono il sintomo di un dinamismo e di un'evoluzione che attraversano la politica britannica da parte a parte e testimoniano il cambiamento radicale in corso della cultura politica in quel Paese. Una politica che si sta emancipando, con indubbie resistenze ma con forza, dalle sue categorie tradizionali e dalla lingua del passato per tenere il passo del cambiamento economico, scientifico, sociale. Si dirà che è stato Blair ad aver innescato questo processo di modernizzazione. Non a torto, forse, se per il conservatore Cameron di oggi la parola right non significa mai 'destra' e si declina spesso al plurale, significa 'diritti'.

Paolo Donadio. Ricercatore di Linguistica inglese della Federico II, Napoli. Si occupa dei fenomeni di ibridazione del discorso politico e dell'interazione tra lingua e identità politica (Il partito globale. La nuova lingua del neolaburismo britannico, Franco Angeli 2005).
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