Settimanale di propaganda riformista
numero 107 del 11 giugno 2013Le bombe intelligenti
Armi di riformismo di massa
150° Caro Durnwalder: comprendiamo, ma non condividiamo

Se dovessi spiegare a uno straniero - non soltanto dal punto di vista storico-culturale, ma anche come impegno civico e sociale per futuro di noi tutti - perché ha senso festeggiare il 17 marzo la nostra Unità, penso che un utile punto di partenza potrebbe essere rappresentato dalla frase pronunciata da Luis Durnwalder, presidente della Provincia autonoma di Bolzano, per il quale "il gruppo linguistico tedesco non ha nulla da festeggiare. Nel 1919 non ci è stato chiesto se volevamo fare parte dello stato italiano e per questo non parteciperò ai festeggiamenti. Gli assessori italiani sono liberi di festeggiare l'Unità d'Italia, ma non in rappresentanza della Provincia autonoma".
In questa frase è racchiuso il senso della storia peculiare della nostra Unità. Un'unità ancora giovane - molto giovane, se si pensa anche soltanto agli altri Paesi europei - realizzata via via nel tempo in modi diversi e tutti, al tempo stesso, legittimi e - vieppiù oggi - da rispettare e da tutelare. Infatti, come noto, alcuni territori hanno potuto scegliere attraverso plebisciti; altri sono stati annessi senza consultazione alcuna; altri ancora sono stati "girati" dalle super-potenze che, in ciascun epoca, hanno mosso le pedine nel risiko europeo, delineando con il passare del tempo un volto tutto nuovo nel nostro Paese: volto stabilizzato soltanto con la nascita della Repubblica nel 1945, e la Costituzione nel 1948 (e i successivi accordi stipulati, ad esempio da De Gasperi e Gruber).
Dunque, è proprio dentro questa pluralità, progressivamente divenuta unità (di integrazione, di socializzazione e di partecipazione), che si è giocata e si gioca ancora oggi il nostro stare insieme. E che soltanto guardando all'europea verrebbe da dire, dentro quell'ex pluribus, unum, si può capire oggi la densità di una celebrazione è che va oltre l'idea di una mera ricorrenza storica. Altrimenti si finisce per fare come Durnwalder, ossia mescolare, inopinatamente, il passato con il futuro, strumentalizzando l'oggi con lo ieri.
Infatti, se non la si legge come mero fatto storico, ossia guardando dentro al caleidoscopio di esperienze che hanno fatto e fanno l'Italia, possiamo guardare all'Unità che celebriamo giovedì 17 marzo, scoprendo la limitatezza - e dunque la forte sgrammaticatura istituzionale, vogliamo dirla così? - della frase di Durnwalder. Quella frase è limitata, sgrammaticata e soprattutto davvero miope, perché ricorda i 150 anni con gli occhi della storia, rivolti al passato, e non in avanti, con gli occhi rivolti al futuro.
E tuttavia, se è vero - come è vero, almeno in via generale - che "i sudtirolesi non hanno fatto iniziative per favorire l'Unità d'Italia come altre regioni. Non la volevamo nel 1919 e non la volevamo nel 1945", al tempo stesso è vero anche che il senso di Patria, verrebbe da dire con Ernst Renan, è il "plebiscito di ogni giorno", e che dunque, dentro la scelta di ogni mattino, c'è il vero senso di appartenenza di ciascuno; una prospettiva che le giovani generazioni, a differenza di quanto dice Durnwalder, hanno introiettato bene -basti pensare allo sciatore altoatesino Christof Innerhofer, che, festeggiando le sue tre medaglie, ha brindato all'Italia e non all'Austria o al SudTirolo - e che da tempo hanno abbracciato e condividono, a maggior ragione se dentro una prospettiva europea. Per cui, soltanto chi vive e legge il 17 marzo appunto in modo miope rivolto al passato, enfatizzando soprattutto il suo mero profilo storico, di ricorrenza, può continuare a pensare che sia un errore festeggiare il centocinquantesimo dell'Unità, legittimando peraltro polemiche e battute del tutto fuori luogo e pretestuose.
Per gli altri, per coloro che invece guardano al futuro di sé e del proprio Paese questa prospettiva non c'è. Anzi. L'occasione delle celebrazioni del 150° va molto oltre la mera ricorrenza storica. Essa è un'occasione per costruire il futuro e non quella per rivendicare la memoria del passato.
Se ciascun anniversario - a partire dal proprio compleanno! - diviene il modo per aprire una porta sul futuro e sul domani non si può non riconoscere dunque il grave errore politico, prima che istituzionale, compiuto da Durnwalder; quel non voler guardare al futuro della sua comunità in prospettiva, costruendo intorno ad essa più forti basi di integrazione e di apertura, piuttosto che rintanarla culturalmente e storicamente in un "passato che non passa", all'interno, verrebbe da dire, di un "maso chiuso".
Noi che, da cittadini italiani ed europei, consapevoli del nostro passato ma altrettanto del nostro futuro, non leggiamo il 17 marzo con gli occhi della storia, parafrasando Aldo Moro, le diremmo: "Caro Durnwalder: la comprendiamo, ma non la condividiamo".

Francesco Clementi. Professore associato di Diritto pubblico comparato presso l'Università degli Studi di Perugia. Ha pubblicato una sessantina di scritti su vari temi di diritto pubblico interno, comunitario e comparato su forme di Stato e di governo, Unione europea, il diritto e le regole della politica e i diritti e le libertà. Twitter: @ClementiF
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