Settimanale di propaganda riformista
numero 104 del 22 maggio 2013A conti fatti
Quando le opinioni sono numeri
Hic Monti, hic salta

Giovedì 1 dicembre le 6 principali banche centrali del mondo, per la terza volta nella storia (le prime volte era successo dopo gli attentati dell'11 settembre 2001 e dopo il default di Lehman Brothers nel 2008), hanno operato congiuntamente per immettere liquidità nel sistema finanziario internazionale. Contemporaneamente la banca centrale cinese, in coerenza con quanto fatto dalle altre Banche centrali mondiali, ha abbassato il coefficiente di riserva obbligatorio per le banche sotto la sua supervisione. Nelle altre due occasioni, l'azione congiunta delle banche centrali era giunta dopo una catastrofe. Per la prima volta questa azione coordinata è stata realizzata prima di una possibile catastrofe. La catastrofe è rappresentata dal possibile collasso dell'Unione Europea e della sua moneta; è inutile dire quali sarebbero le conseguenze devastanti che ne deriverebbero.
È il momento della verità, probabilmente l'ultima occasione per l'Italia e per l'Europa. Sì, perché il destino dell'Europa è legato a filo doppio a quello dell'Italia e dobbiamo pienamente conto di questa responsabilità. E' vero che non basta che l'Italia faccia la sua parte per risolvere il problema. Ma è certo che se l'Italia non fa la sua parte la catastrofe sarà inevitabile.
In particolare l'Italia si trova stretta fra due lame di una forbice. Da un lato deve riportare verso il pareggio il proprio bilancio (e sarebbe bene che si vincolasse in Costituzione al pareggio anche per gli anni a venire). Ma il riassorbimento di un debito che rischia di travolgerci a ogni stormir di fronda non potrà avvenire se non attraverso un ritorno a ritmi di crescita maggiori di quelli, prossimi allo zero, prevalenti negli ultimi anni. Almeno nel breve termine, la riduzione del disavanzo pubblico però tende ad avere effetti recessivi sulla crescita. Non c'è che da seguire la strada che la storia e la teoria economica ci indicano con chiarezza: se vogliamo minimizzare gli effetti recessivi sulla crescita della riduzione del disavanzo, occorre agire dal lato della diminuzione delle spese e non dal lato dell'aumento delle entrate.
In Italia la spesa pubblica è pari a oltre la metà del PIL. Negli anni del boom economico, tra il 1960 e il 1970, questa quota era compresa tra il 25% e il 30%; esiste una relazione fra l'incessante crescita del peso dello stato nell'economia italiana con la costante diminuzione del tasso di crescita del nostro PIL. Negli ultimi 15 anni la crescita media dell'economia italiana - ma si può ancora chiamare crescita? - è stata pari allo 0,3% all'anno.
È sotto gli occhi di tutti che una parte ingente della spesa pubblica è inefficiente, non contribuisce allo sviluppo del paese, anzi frena la crescita distorcendo il mercato; e, a differenza di quanto avviene in altri paesi, contribuisce poco o niente a ridurre le disuguaglianze sociali.
L'altra faccia di questa gigantesca spesa pubblica è un carico fiscale su famiglie e imprese che ormai ha pochi confronti nel mondo. Esiste una sinistra coincidenza tra il fatto che il 51% del PIL è assorbito dalla spesa pubblica e il fatto che la pressione fiscale sui contribuenti italiani (senza considerare i contributi previdenziali obbligatori!) che pagano effettivamente le tasse (escludendo evasori e lavoro nero) è pari al 51%, mentre la media dei paesi OCSE è del 34%. È evidente quanto questo deprima l'economia italiana. In totale da noi la pressione fiscale e contributiva ormai si approssima anch'essa al 50% del prodotto. Considerato che le stime - sempre discutibili - collocano fra il 10 e il 20% del prodotto i redditi che sfuggono alla imposizione, ne consegue che abbiamo un sistema fiscale disegnato su una pressione che supera il 60%. Se continuiamo a utilizzare i risultati della lotta all'evasione per accrescere la spesa e non per ridurre le aliquote legali, per l'Italia non può esserci un futuro di sviluppo.
Queste cose le sappiamo da tempo. Basta ad esempio mettere in sequenza le Considerazioni finali dell'allora Governatore della Banca d'Italia Draghi per trovare la diagnosi e la terapia. Non avevamo bisogno che ce le spiegassero la BCE o la Commissione europea. Speriamo che l'una e l'altra ci aiutino, o meglio ci inducano, a realizzarle. Certo, per usare un'espressione cara al Presidente Ciampi, il tempo si è fatto breve. A una prima analisi, le misure adottate dal Governo Monti vanno nella direzione giusta, seppure per molti versi dolorosa. E' necessario che ogni eventuale correzione vada nella direzione di ulteriori riduzioni di spesa. Alle forze sociali e a quelle politiche che, un po' obtorto collo, sostengono il Governo, vien da dire: hic Monti, hic salta.

Giuseppe D'Amico. Laurea in Economia Politica, specializzazione in Finanza, ha approfondito i temi dell'individualismo metodologico e della crisi economico-finanziaria cominciata nel 2007. Ha lavorato all'estero e adesso in Italia, per un gruppo bancario internazionale.
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