Settimanale di propaganda riformista
numero 61 del 15 maggio 2012Le bombe intelligenti
Armi di riformismo di massa
"Ask not" anche per i partiti italiani

Mario Monti non è stato nominato Ragioniere Generale dello Stato. Lo sappiamo, direte voi. E' stato nominato Presidente del Consiglio dei Ministri. La differenza non è poco. Nel primo caso, il massimo responsabile della contabilità nazionale non può che essere una figura tecnica, ma proprio tecnica, il quale si incarica si offrire a chi governa il quadro della situazione, senza particolari interpretazioni. E si dispone, nel caso, a trovare il massimo della neutralità nell'eventualità debba proporre interventi. Viene in mente quello che i manuali di economia indicano quale differenza tra il valore nominale dei prezzi e il loro valore relativo. Aggiungendo che il primo non conta nulla e il secondo tutto. Perciò un ragioniere generale dello stato, sia pure sotto mentite spoglie, dovrebbe, secondo il galateo istituzionale, occuparsi dei valori nominali, lasciando immutati quelli relativi.
Però Mario Monti non è il ragioniere generale dello stato. Lo sappiamo. Non lo è per almeno due ragioni: la prima, ovvia, è che ogni provvedimento del governo deve essere approvato dalla Camere, perciò si arriva alla regola fondamentale della democrazia: il voto, che per sua natura è un atto politico, di scelta e di discrimine (magari non in Corea del Nord, ma lasciamo perdere…). La seconda ragione è che già questo governo ha una opposizione, e non fosse altro che per questo, ha automaticamente (solo automaticamente? Non credo) una maggioranza.
Se esiste una maggioranza, vediamo bene che chiamarlo governo tecnico è un nonsense. Allora è evidente che sia un governo politico, se a questa parola si dà un significato proprio. Non è un governo espressione diretta dei partiti attuali presenti in Parlamento, è vero, ma è un governo che sceglie su questioni collettive, perciò è politico. Sennò che altro è?
Allora la palla torna nel campo dei partiti. I quali hanno tante scelte, ma non tutte. Possono dare organicità al governo come è accaduto in Germania con una grande coalizione che metta insieme le fazioni opposte di prima, che torneranno a essere opposte subito dopo; oppure possono chiamarsi fuori: dire ci autosospendiamo per un anno e poi ritorneremo come se nulla fosse, spread permettendo. La prima ipotesi, pur legittima, ha difficoltà in Italia. Nel senso che l'accezione italiana del termine riserva sempre sorprese poco nobili. La seconda è pura illusione: o i partiti fanno melina e allora sarà questo governo politico a presentarsi davanti all'elettorato contro gli altri che se ne sono lavate le mani (rispetto all'obbligo del risanamento) o i partiti, tutti con differenti parole, diranno il peggio del governo appena fatto passare per tecnico. Uhm, anche questa non suona come una strada di successo.
Allora è forse meglio essere politici con un governo politico. Insomma approfittare della rottura della continuità, non solo rispetto al centrodestra, per far avanzare le riforme di cui il Paese ha necessità. E farlo con serietà, con applicazione ai temi, con umiltà (dote che qui si vuole indicare come opposta a furore ideologico). Se i partiti faranno questo toglieranno l'elemento tecnico, che conquisterà subito il termine tecnico-politico e poi quello tondo di politico.
Le questioni dell'agenda politica italiana stanno togliendo il velo a tante ambiguità: la prima la toglie al centrodestra, partito della libertà, partito "americano", partito delle imprese (così per dire…) che invece del liberalismo di massa promesso, ci ha consegnato il corporativismo di massa; la seconda però la toglie anche al Pd, che nei giorni di festa afferma la sua carica innovativa e poi è avverso a qualunque (o quasi), o almeno una parte del partito, cambiamento vero, privilegiando il falso movimento. Nella fattispecie: vedere un problema, affermare la necessità del cambiamento e poi, con un gioco di parole e di norme, lasciare praticamente intatte le cose (le infinite riforme dell'università; l'infinita riforma della sanità, ecc.).
Forse è il momento che i partiti facciano politica, essendo finora stati soprattutto tecnici nell'occupazione del potere senza riforme. Anche per quel fine ci vuole del talento. Oggi il Paese sembra aver bisogno di altri talenti dimenticati: la serietà, il coraggio e quella dote che il Presidente Kennedy sintetizzò mirabilmente con il suo "ask not". Chiedi cosa puoi fare per il Paese, invece di chiedere qualcosa al Paese. Oggi più che mai questo vale per l'Italia, per i partiti e per le corporazioni (e le loro lobby): cosa possono fare per il Paese?

Antonio Preiti. Economista. Direttore ricerca Censis. Laurea in Scienze Economiche, Master in Economia dello Sviluppo. E' stato direttore APT Firenze e Rel. internazionali Comune Firenze; docente Luiss Management; consulente Ministero Economia. Giornalista pubblicista.
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