Settimanale di propaganda riformista
numero 61 del 15 maggio 2012Docks
Moli riformisti
Un Salvati d'annata

Quel che intendo riproporre è un eccezionale articolo di Michele Salvati («l'Unità» giovedì 17 settembre 1992 p. 1). Il contesto in cui si inserisce l'articolo è il seguente: domenica 13 settembre 1992, dopo una settimana nella quale Ciampi ha bruciato centinaia di miliardi di lire di riserve della Banca d'Italia per difendere il tasso di cambio della lira all'interno dello Sme, il governo Amato getta la spugna e decide di svalutare la moneta italiana del 7% sul marco. Il nuovo limite massimo passa da 765 a 818 lire per 1 marco.
I mercati finanziari europei si trovano nel pieno di una bufera speculativa. L'Europa intera trema e attende col fiato sospeso l'esito del referendum francese sul Trattato di Maastricht (la consultazione popolare si terrà domenica 20 settembre e vedrà i sì prevalere di stretta misura, col 50,7 per cento). La svalutazione della lira è una scelta obbligata. Ma già il 16 settembre la nuova parità si dimostra insostenibile. La lira precipita a 830 (arriverà a 924 lire per 1 marco nel gennaio 1993).
Il giorno successivo, 17 settembre, il governo Amato annuncia l'uscita temporanea della lira dallo Sme, e lo stesso fa il governo inglese con la sterlina. Sempre il 17 settembre, in un estremo tentativo di riguadagnare credibilità e fiducia sui mercati mentre l'Italia si trova sull'orlo del baratro, il governo Amato vara una mega-stangata da 92 mila miliardi: 42 mila miliardi di lire di nuove tasse, 43 mila miliardi di tagli di spesa e 7 mila miliardi di entrate da privatizzazioni.
Il Pds e la Cgil reagiscono dichiarando guerra alla manovra. L'articolo di Salvati appare proprio il 17 settembre (per inciso, pochi giorni dopo, il 22 settembre a Firenze, va in scena l'aggressione dei gruppi antagonisti a Trentin, accusato d'aver venduto l'anima al diavolo firmando l'accordo sul costo del lavoro del 31 luglio. Trentin viene bersagliato da uova, monetine e bulloni).
Salvati, in tono accorato, spiega quali sacrifici è chiamato a condividere il Pds se vuol mantenere i "galloni" di "grande forza nazionale". Salvati cita il Pds ma parla anche al sindacato. Il suo è un appello al senso di responsabilità e al realismo. Cioè al senso dello Stato. Anche se sono passati più di diciannove anni, sono parole che conservano intatta la loro validità. Specie se le si leggono pensando alle stucchevoli chiacchiere di questi giorni sulla patrimoniale che Monti non ha (non avrebbe) fatto.
Diamo ai lettori di qdR l'opportunità di rileggere questo magistrale pezzo di saggezza riformista! Ecco cosa diceva Salvati:
«(...) Ci sono momenti nella storia di un paese (...) in cui un partito guadagna o conferma i suoi galloni di grande forza nazionale. Per il Pci uno di questi momenti è stata la Resistenza e la ricostruzione. Se già si fosse chiamato Pds, un altro sarebbe stato il periodo di solidarietà nazionale dal 1976 al '79. È possibile che lo sia anche oggi. Si tratta di momenti duri e costosi. Momenti in cui bisogna abbandonare ogni furberia da piccola organizzazione, come quella di evitare l'impopolarità per lasciarla tutta alle forze di governo: loro hanno prodotto la crisi, se la cavino da sole! Sono momenti in cui, oltre ad evitare furberie e tatticismi, bisogna sapere procrastinare anche molte domande legittime, di quelle che qualificano ed identificano una forza politica, per sottometterle ad una valutazione realistica della gravità della situazione e dell'interesse complessivo del paese. Vorrei allora chiudere dando un esempio di che cosa vuol dire questa frase generica nel caso concreto del Pds oggi, tradizionale difensore della condizione operaia (l'esempio corrisponde a mie valutazioni personali e non impegna affatto il partito). Sento spesso dire che una condizione irrinunciabile che il Pds porrebbe per partecipare a un nuovo governo (oltre alla riforma elettorale e a «facce» veramente nuove) è la «difesa del salario reale dei lavoratori». Che questa sia una aspirazione giusta e comprensibile, mi sembra ovvio. Il suo realismo, la possibilità di esentare i salariati dal pagare un contributo, dipende però dalla possibilità concreta di far pagare gente più ricca di loro. Molti di costoro sono difesi da evasioni ed elusioni fiscali incrostate e, assai spesso, da pastoie amministrativo-giudiziarie, scarsità d'organico, inefficienza e talora corruzione dell'amministrazione finanziaria. Altri sono difesi dalla collocazione internazionale del paese, dalla mobilità dei capitali, dall'impossibilità di turbare i mercati finanziari quando lo Stato vi si deve rivolgere per importi così consistenti. Perché dobbiamo promettere cose che poi, forse, non saremo in grado di mantenere? Perché dare un'idea della crisi che è così al di sotto della sua effettiva gravità».

Dario Parrini. Sindaco di Vinci (Firenze) dal 2004, è laureato in Scienze Politiche. Dal 2001 al 2004 ha lavorato presso l'Ufficio Acquisti Non Alimentari di Coop Italia.
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