Settimanale di propaganda riformista
numero 61 del 15 maggio 2012Il buio oltre la siepe
Governare male, governare peggio
Less taxes, more taxies!

È vero: una manovra così non sarebbero stati in grado di farla né il centrodestra né il centrosinistra, ma non aspettatevi che basti questo per accontentare dei riformisti che - come noi - vogliono tutto e subito.
Noi che abbiamo fatto le bucce al governo Berlusconi - liberale a chiacchiere e immobilista nei fatti - non staremo certo a guardare se il governo Monti - che ci piace, fin dalla nascita - verrà meno alla sua ragion d'essere: salvare l'Italia rimuovendo "gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo" del Paese (i padri costituenti ci perdonino per la libera interpretazione dell'articolo 3, amen).
È dunque con questa fiducia senza paraocchi che abbiamo apprezzato il complesso del decreto "salva Italia", interpretandolo come un passo necessario (e speriamo sufficiente) per mettere in sicurezza i conti pubblici e restituire credibilità internazionale al nostro Paese.
Ma, nel poco tempo per approntare una manovra che intervenisse sulla gravità ed eterogeneità dei guasti dell'economia italiana, anche super-Mario Monti ha commesso qualche errore di valutazione o forse - soprattutto - di strategia.
Sono le liberalizzazioni e le politiche antitrust l'anello debole del decreto varato lo scorso 6 dicembre, e per due ragioni. La prima è che - nell'ansia di dare dentro e fuori i confini nazionali un segnale di modernizzazione - si sono inseriti nel titolo IV del testo del provvedimento delle misure in tema di liberalizzazioni e concorrenza che - per la loro poca organicità e modesta portata rispetto, ad esempio, alla storica riforma delle pensioni - hanno dato l'impressione di una scarsa determinazione da parte dell'esecutivo ad intervenire in materia di apertura del mercato interno.
Sappiamo bene che né Mario Monti - i cui convincimenti sono testimoniati dalla sua storia personale - né la sua squadra di governo possono essere sospetti di tentazioni conservatrici in tema di concorrenza, ma la liberalizzazione "definitiva" degli orari degli esercizi commerciali, l'ulteriore allargamento del mercato della distribuzione di farmaci e il potenziamento dell'Authority antitrust, seppur unite ad altre - meritorie - misure non bastano da sole a comporre un quadro di un'organica riforma mirata all'apertura del mercato italiano.
L'altro, e più grave, motivo di debolezza degli interventi in materia di liberalizzazioni è legato al modo in cui il governo Monti ha affrontato la discussione alla Camera del provvedimento, dando l'impressione di cedere alle pressioni di piccole e medie consorterie che si oppongono a qualsiasi tentativo di messa in discussione delle loro rendite di posizione. È accaduto, ad esempio, con la liberalizzazione delle licenze dei taxi espunta dal testo del decreto (v. art. 34 comma 8) dopo la levata di scudi dei tassinari, che in Parlamento godono di appoggi evidentemente influenti quanto trasversali. E non è andata molto meglio con i farmacisti né con gli ordini professionali.
Il punto è che - per una norma fondamentale della politica (che rimane al fondo "arte della guerra") - si deve scegliere volontariamente di combattere solo le battaglie che si è ragionevolmente sicuri di vincere. In questo Monti e soci hanno peccato di ingenuità o "tecnica" presunzione, confidando che l'ispirazione riformista di questi primi interventi in tema di liberalizzazioni bastasse da sola ad assicurarsi un'approvazione incondizionata del Parlamento.
E le battaglie decisive da combattere con determinazione e da vincere sono quelle simboliche: attaccare e conquistare il fortino dei tassisti o dei farmacisti - asserragliati come gli ultimi giapponesi della conservazione - equivale a mezza manovra economica, dando il segno di un cambiamento vero, mentre esitare o arretrare contro gli alfieri di privilegi grandi e piccoli diffonde nel Paese una sensazione di sconforto e diffidenza.
È necessario che Mario Monti e il suo governo imparino a fare bene politica, perché per salvare l'Italia e modernizzarla non basta l'Imu o la riforma delle pensioni, servono anche forti segnali di rinnovamento che spingano i cittadini a credere ed investire nel futuro proprio e quello del Paese.

Marco Martorelli. Laureato in Scienze politiche, è stato vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato a progetti del gruppo Reti, nell'ambito della comunicazione e delle relazioni istituzionali. Dal 2010 lavora per un importante gruppo bancario italiano. Twitter: @marcomartorelli
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