Settimanale di propaganda riformista
numero 61 del 15 maggio 2012Le bombe intelligenti
Armi di riformismo di massa
Un concorso riformista?

Ieri il Ministro Profumo ha confermato che il governo ha intenzione di indire un concorso per insegnanti per "riaprire la scuola ai docenti giovani ed evitare di bloccare una generazione di neolaureati che oggi non ha alcuna possibilità di ottenere una cattedra". Il principio era stato anticipato anche dal Sottosegretario Ugolini alla Stampa: "È giusto che le persone in graduatoria entrino, come previsto per legge, sul 50% dei posti disponibili, ma è anche giusto prevedere l'ingresso di nuove forze". I sindacati - tanto per cambiare - chiedono di discuterne ad un apposito tavolo.
Dunque concorso. È una buona notizia per un riformista? In linea di principio no, ma i dettagli e il contesto in questa storia sono importanti. Per capire perché, occorre un breve riepilogo per non addetti. L'immissione in ruolo avviene oggi dopo un lungo precariato trascorso nelle graduatorie (da alcuni anni a esaurimento, ovvero chiuse all'accesso dei neolaureati). Questo meccanismo ha due controindicazioni: impedisce la continuità didattica perché il precario così non insegna quasi mai due anni di fila nella stessa scuola; segue esclusivamente il criterio dell'anzianità di sevizio (che sostanzialmente coincide con quella anagrafica). Il concorso risolve questi problemi? Solo in parte. Dà infatti una possibilità ai più giovani già in graduatoria, che altrimenti dovrebbero mettersi in coda e aspettare il loro turno, e dà una possibilità a coloro i quali si sono abilitati dopo la chiusura delle graduatorie o si abiliteranno nei TFA il prossimo anno.
Perfetto allora? In realtà no: il concorso come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi è infatti il modo più sbagliato per selezionare i docenti. I docenti sono professionisti e come tali andrebbero assunti: una scuola dovrebbe poter individuare gli insegnanti più adeguati alla propria offerta formativa, ovviamente scegliendo solo tra persone abilitate all'insegnamento. Il concorso invece è un terno al lotto: esce il tema sul tuo autore preferito e sei di ruolo, altrimenti ciccia. Lo ha scritto egregiamente Claudio Cremaschi in Malascuola, un volume di un paio di anni fa, ma ancora molto attuale: "occorre selezionare le persone più preparate, formarle, stimolarle, valorizzarle, verificarne i risultati, premiare le performance migliori" al fine di avere "non il maggior numero di insegnanti, ma i migliori insegnanti possibili", oggi invece si usano strumenti di selezione "rozzi e inefficaci" quale il concorso, "quasi esclusivamente basato su competenze disciplinari e non sufficiente a decidere se il vincitore sarà, oppure no, un valido insegnante".
Ma allora Profumo sbaglia? In realtà non è vero nemmeno questo proprio per quel problema del contesto; oggi l'alternativa al concorso è infatti quella di continuare a pescare dalle graduatorie, metodo per nulla meritocratico, nonché insensato almeno quanto il concorso stesso. Il governo pare comunque rendersi conto che il terreno è scivoloso. Non a caso Ugolini, nell'intervista ricordata, non parla di concorso e alle parole citate ha aggiunto che "è giusto ripensare alla modalità con la quale si reclutano gli insegnanti".Ripensare: esattamente questa è la chiave per un approccio riformista alla questione.
L'obiezione di chi è interessato al mantenimento dello status quo è sempre stata "il dipendente pubblico deve essere selezionato per concorso"; ovviamente a garanzia di imparzialità ed equità, mica delle rendite di posizione con il loro corredo di tessere e contenziosi...
C'è un modo per superare certi veti senza perdere l'occasione di cambiare le cose? La risposta in questo caso è "sì". In attesa di cambiare le norme, superando una volta per sempre questo residuo ottocentesco, si dia pure corso ad una procedura con la dignità di un "concorso", ma si utilizzi con coraggio la delega ancora valida che il Ministro Fioroni si fece dare per riformare le procedure di assunzione.
Potrebbero essere sufficienti quattro "semplici" mosse per provare a trasformare un retaggio del passato in un germe di un futuro migliore:
1. Difendere il principio che solo gli abilitati possono partecipare al concorso.
2. Archiviare per una volta lo spirito olimpico, tipico della Pubblica Amministrazione: vincere un concorso vuol dire vincerlo e quindi parteciparvi non dà diritto ad alcun titolo per future assunzioni (sono bandite dieci cattedre? I primi dieci entrano in ruolo, gli altri è come se non avessero partecipato).
3. Fare il concorso a livello di rete di scuole nello stesso giorno alla stessa ora, per impedire le partecipazioni multiple.
4. Non valutare le competenze disciplinari (i candidati sono laureati e abilitati e dunque con competenze già "certificate" dallo Stato); concentrarsi piuttosto sugli aspetti che consentano si capire se il candidato potrà essere o meno un valido insegnante.

Marco Campione. Socio e fondatore di Noveris Srl, si occupa di politiche formative. Scrive su iMille, ScuolaOggi, Education 2.0 e IlSussidiario. Il suo blog è Champ's Version. Ha ricoperto incarichi di direzione nei Ds di Milano. Membro della segreteria del Pd lombardo con la responsabilità del settore Scuola e Università. Twitter:@marcocampione
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