Settimanale di propaganda riformista
numero 108 del 18 giugno 2013Il buio oltre la siepe
Governare male, governare peggio
Il governo delle tasse

A questo punto è chiaro a tutti che il governo sta perdendo le ultime occasioni per attuare quelle riforme e quelle liberalizzazioni necessarie allo sviluppo del Paese; riforme che ci vengono chieste dall'Europa e dal mondo intero.
Per l'Unione europea è fondamentale risolvere la crisi italiana: ne siamo uno dei fondatori, siamo un paese da 60 milioni di persone, siamo il secondo paese manifatturiero d'Europa e il primo debitore: con la nostra crisi, e quindi senza di noi, verosimilmente non potrebbe più esistere una cosa chiamata Unione Europea, né tanto meno una moneta chiamata EURO.
L'Italia non è la Grecia; la nostra eventuale crisi di solvibilità è paragonabile ad una Lehman Brothers all'ennesima potenza. Non ci siamo ancora resi conto che probabilmente rappresentiamo una delle principali cause dell'instabilità che ormai da mesi attanaglia e affossa i mercati finanziari mondiali, con conseguenze sotto gli occhi di tutti, anche sull'economia reale.
Senza riforme, che dovranno essere epocali e profonde, la nostra credibilità a livello internazionale sprofonderà sempre più in basso, con durissime ripercussioni sul costo del nostro debito pubblico, e con il rischio di un veloce e nefasto avvitamento in una spirale senza fondo. Il paese ha un bisogno disperato di dare segnali forti e concreti al mondo; quello che gli altri paesi ci chiedono è semplicemente di imboccare una strada credibile di crescita, e quindi di riforme, liberalizzazioni e tagli di spesa pubblica.
Tuttavia, a causa del blocco totale dell'azione di governo, la crisi continua ad avvitarsi, e c'è il rischio concreto che, come tante volte avvenuto in passato, per intervenire si aspetti di arrivare sul ciglio del burrone. E temo che, a quel punto non resterebbe alternativa a una tassa patrimoniale straordinaria che abbatta drasticamente lo stock di debito pubblico. Non già perché questa sia una soluzione efficiente, o tanto meno equa; semplicemente perché la nostra classe politica sta perdendo l'ultima occasione per riformare profondamente lo Stato.
Una tassa patrimoniale ridurrebbe la pressione sul governo per mettere in atto le riforme necessarie, e rappresenterebbe la soluzione più facile e più veloce: non occorre affaticarsi, non serve immaginare possibili riforme e liberalizzazioni, non è necessario avere fantasia, non serve avere un'idea di cosa deve e soprattutto di cosa non deve fare lo Stato, non serve avere una prospettiva di lungo periodo. Con la patrimoniale non si cambia lo Stato, e si va a rimpinguare uno Stato che è sempre lo stesso. Si ricomincerebbe ad ampliare la spesa: denaro fresco dei contribuenti da sprecare così come è stato fatto con gli introiti delle privatizzazioni degli anni 90', quando si riuscì a portare il debito pubblico italiano dal 118% del PIL al 107%, per poi tornare a quota 119% nel giro di pochi anni. La patrimoniale è lo strumento per non affrontare i problemi, per non tagliare la spesa pubblica, per mantenere intatte o addirittura ampliare le rendite dei beneficiari della spesa stessa.
La patrimoniale colpirebbe il risparmio accumulato, che fra l'altro ha già pagato le sue imposte quando si è generato, nel momento in cui c'è una crisi dovuta anzitutto a scarsità di risparmio. Inoltre, intaccare il risparmio significa frenare gli investimenti, e il paese ha necessità di investimenti.
Un'imposta siffatta, che oltretutto nessuno all'estero ci ha mai chiesto, sarebbe profondamente ingiusta, andando a colpire chi più ha risparmiato. Ad esempio chi, non potendo disporre di una sufficiente copertura pensionistica, ha ritenuto necessario essere previdente a costo di lunghi e duri sacrifici nel corso della sua vita; ovvero chi ha pensato di mettere insieme una riserva per i propri figli, magari in difficoltà nel mondo del lavoro.
Inoltre, viene spesso trascurato che quei contribuenti che non dispongono della liquidità necessaria per pagare un'imposta patrimoniale delle dimensioni ipotizzate dovrebbe vendere parte del proprio patrimonio, per esempio quello immobiliare, con il conseguente crollo dei prezzi, le connesse gravi crisi bancarie e i susseguenti salvataggi pubblici a spese dei soliti contribuenti.
Se si vuole far precipitare l'Italia in una lunghissima recessione, questo è sicuramente il modo.
Ma un modo che diverrà inevitabile se non sapremo, se il governo non saprà, fare per tempo le riforme necessarie, che ormai tutti conoscono. Certo è che con la patrimoniale alla fine saremo solo un paese più povero.

Giuseppe D'Amico. Laurea in Economia Politica, specializzazione in Finanza, ha approfondito i temi dell'individualismo metodologico e della crisi economico-finanziaria cominciata nel 2007. Ha lavorato all'estero e adesso in Italia, per un gruppo bancario internazionale.
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